Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia

sausageSausage Party – Vita segreta di una salsiccia è la nuova fatica della Pixar e, come indicato dal logo per la tutela dei minori, non è un film per bambini, a meno che non vogliate che i vostri figli diventino vegani o atei, se invece questo è il vostro obiettivo, comprate pure il DVD e guardatelo ogni volta che vi viene voglia di andare in chiesa.

Immaginare che le cose inanimate abbiano un’anima è da sempre una fantasia umana che ha trovato spazio nelle fiabe e nei racconti popolari, ma è diventato vivido e tangibile con il cinema, specialmente in quello d’animazione, basti ricordare Toy Story, capostipite dei film realizzati al computer e portatore sano dello stesso tema di Sausage Party.

Il film inizia nel supermercato di Shopwell dove ogni mattina, all’atto dell’apertura del negozio, pannocchie, wurstel ,confetture, barattoli e tutti gli altri prodotti commestibili cantano ed intonano odi agli umani, che loro chiamano gli dèi, per essere scelti e portati nel Grande Oltre, un luogo paradisiaco in cui, si narra, saranno vezzeggiati e coccolati per sempre.

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I due protagonisti Frank, il wurstel, e Brenda, un panino da hot dog, sono da sempre vicini di confezione e hanno una storia d’amore non consumata, per ovvie ragioni, ma sperano di essere scelti insieme così da poter finalmente coronare il loro sogno d’amore, una volta nel Grande Oltre. Quando questo accade, un incidente nelle corsie del supermercato impedirà loro di raggiungere l’uscita e li costringe ad un percorso interiore ed esteriore in cui le personalità dei due personaggi principali iniziano a contrapporsi: scoprire la verità da un lato e obbedire ciecamente alle regole, dall’altro.

Il chiaro richiamo alle religioni è esilarante e si enfatizzano e ridicolizzano i comportamenti estremi. L’idea dello sceneggiatore di suggerire una creazione delle religioni da parte umana è evidente, e frasi del tipo: “dobbiamo fare la volontà degli dèi e non possiamo fare ciò che vogliamo” oppure “gli dèi ce l’hanno con noi per quello che abbiamo fatto” ci fanno ricordare come il paganesimo e la superstizione siano ancora presenti nelle religioni e nella quotidianità odierna. La rivelazione che fa riflettere infatti arriva a metà film: il concetto del Grande Oltre è stato inventato da Acquavite, Twink e Mr Grits, tre prodotti “immortali” che non hanno data di scadenza, per eludere la paura primordiale degli alimenti di andare incontro al loro triste destino: essere divorati.

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Nella catarsi filmica, in cui i generi alimentari insorgono contro gli umani, è difficile solidarizzare con la banda dei ribelli che, essenzialmente, combattono la loro natura di cibo per gli dèi, ma fa sorridere per le trovate sceniche la grande festa per la loro libertà ritrovata, che viene celebrata con una grande festa sessuale.

Se il film fosse finito qui, sarebbe un interessante punto di vista, ma l’epilogo mette in discussione tutto quello che è stato raccontato in 89 minuti di celluloide (ormai non più), trasformando la natura rivoluzionaria del film in una semplice ammissione di fiction: Kill your idol anyway it’s just fiction!

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Animali fantastici e dove trovarli

52789Nel caso vi trovaste seduti sulla poltrona del cinema a guardare Animali fantastici e dove trovarli per puro caso, e negli ultimi 20 anni aveste vissuto completamente digiuni di Howgarts, Silente e compagnia (ma dove eravate, su Marte?), allora avete assolutamente bisogno di questa recensione per babbani. Premessa essenziale: il film è una sorta di spin-off della saga harrypottiana e si basa sul libro omonimo, scritto nel 2001 dalla Rowling come fosse un testo scolastico della scuola di magia di Howgarts (quella frequentata da Harry Potter nei sette libri/film principali). Mentre il libro in questione è un’enciclopedia delle creature fantastiche per studenti di magia che porta la firma dall’espertissimo magizoologo Newt Scamander, il film, che vede la Rowling nel ruolo di sceneggiatrice, racconta il viaggio di lavoro di Scamander a New York nel 1926, quindi in un’epoca molto precedente alle avventure del maghetto sul suolo britannico.

Da subito sono numerosi i riferimenti all’universo magico di Harry Potter, ma senza entrare nei dettagli, per non sentirsi spaesati, basta sapere che qui il mondo magico convive in parallelo con quello dei babbani (che saremmo noi comuni mortali senza poteri di nessun tipo), con tanto di scuole e ministeri dagli accessi segreti a noi invisibili.

Una volta assodato questo sinteticissimo ABC, lasciatevi coinvolgere dal film senza troppe domande e senza andarvi a vedere tutti gli Harry Potter, perché innanzi tutto qui Harry non c’è, e poi perché se c’è una magia che la Rowling sa fare benissimo, è quella di riuscire a tenere insieme tutte le tessere del puzzle, senza tralasciare niente, e facendo tornare tutto quello che sembra non tornare fino all’ultimo momento, in una tela intrecciata con un’infinita fantasia sostenuta sempre da una solida impalcatura logica. Per esempio vi chiederete almeno 10 volte chi sono veramente i cattivi, perché anche in questa nuova saga la lotta tra bene e male è centrale, ma sempre da quella prospettiva incerta e mai banale su quali siano i personaggi da temere veramente (che poi anche per noi babbani non è che sia tanto diverso…). A tutto questo si aggiungono i rapporti diplomatici, l’assurdità delle leggi, le frustrazioni del lavoro ‘statale’, l’ecologia e la salvaguardia degli animali (fantastici)… temi a quanto pare di grande attualità anche nel mondo della magia.

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Anche il cast è da favola e se, fidanzate o mamme, proprio non riuscite ad appassionarvi agli strani animaletti poco domestici, sicuramente potrete apprezzare Eddie Redmayne che resta uomo per tutto il film (e pure di quelli tutti fascino, spettinatura e calamite negli occhi) o Colin Farrel che tra l’altro si trasforma in Johnny Depp (cosa volete di più??) che compare però come special guest solo per pochi secondi. Bilanciati e altrettanto affascinanti i due personaggi femminili, le sorelle yin e yang della femminilità interpretate da Katherine Waterstone e Alison Sudol. Tutti diretti da David Yates, regista degli ultimi 4 Harry Potter. E se siete stati colpiti dall’incantesimo niente paura, sono già stati annunciati ben quattro sequel che ci catapulteranno ancora per anni in questo mondo affascinante che scaturisce senza limiti dal genio della Rowling.

Into the Inferno

 

into_the_inferno-movie-posterIl Lago Toba in Indonesia è il più grande lago vulcanico sulla Terra. 74mila anni fa actually era un supervulcano, che ovviamente esplose ssspPPEEM! PPEEM forte e chiaro! Un’eruzione mostruosa: 15.000 chilometri cubici di ceneri e pomice sparati fin sulla stratosfera e diffusi wordlwide. I cieli si annerirono per decenni: fu un’esplosione 10.000 volte più potente del St.Helens nel ‘80, 100.000 volte più  dell’Eyjafjallajökull in Islanda.
Le conseguenze dell’esplosione furono il totale annichilimento della fascia tropicale e la scomparsa dell’Europa sotto una coltre di ghiacci, e fu la causa principale dell’estinzione di molte specie. Ci mancò tanto così dal rimanerci secchi tutti quanti. Sulla Terra rimasero forse meno di 600 esemplari di Homo sapiens sapiens concentrati nei rifts dell’Etiopia.
Beh, che privilegio decidere di prendere due cameraman e un elicottero e volare alle Antille a fare un documentario sulle passioni più ancestrali dell’animo umano: la natura selvaggia, i vulcani, l’uomo preistorico, la nascita delle religioni. E’ questo soprattutto che si ammira in Herzog, oltre al fatto che è un signò reggista.

 

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Eppure anche stavolta i vulcani sono un pretesto perché a lui interessano i freaks, i fenomeni di baraccone, le persone avvitate su stesse, irrimediabilmente divorate da un’ossessione. Proprio come Grizzly Man, l’uomo che viveva con gli orsi e fu divorato da questi (documentario CAPOLAVORO ASSOLUTO EVER). Werner Herzog è uno che finisce su un’isola de la Soufriere, mentre il vulcano la sta per cancellare dalle carte geografiche, e son già state evacuate 70mila persone, solo per parlare con l’unico personaggio che ha deciso di restare. Herzog è questo. Sempre.
Stavolta Wernerone riesce a trovare devoti del culto di Jon Frum (sulle isole Vanuatu si venera un militare americano apparso durante la seconda guerra mondiale, che vive nelle viscere del vulcano, e tornerà a portarci la salvazione: jon Frum), i coniugi Kraft, vulcanologi che quasi camminavano dentro le colate laviche e giustamente a un certo punto ci son rimasti secchi.

Poi si vola in Corea del Nord, c’è un vulcano stenterello pure lì, ma non importa: in 10 minuti questo Paese viene spiegato meglio di tutte le inchieste o libri letti finora.
INTO THE INFERNO. DA VEDERE ASSOLUTAMENTE e da accompagnare a DIAMANTE BIANCO, altro documentario di Herzog su un costruttore di dirigibili che sorvola la foresta pluviale ad altezza chioma. Sembra una cosa tranquilla, e invece no, perché  E’ OSSESSIONATO PURE LUI.

 

FB

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Sing Street

sing_street_posterJohn Carney ritorna sugli schermi con un’altra commedia musicale, Sing Street, dopo Once e Tutto può cambiare, e si getta in una ricostruzione degli anni 80 scapigliata e colorata, con il profumo della ribellione giovanile spruzzata con la musica e la lacca per capelli.

Dublino 1985, Conor, secondogenito di una famiglia benestante, viene trasferito in una scuola pubblica cattolica a causa delle ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, l’istituto dei fratelli cristiani di Synge Street. Qui tra bulli e spintoni finisce per fare amicizia con Darren, con il quale all’uscita di scuola, rimane folgorato da Raphina che vive di fronte all’istituto. Lei non parla mai con nessuno, ma Conor, illuminato dalla sua bellezza, attraversa la strada e attacca bottone con sfrontatezza.  Raphina dice di essere una modella che presto partirà per Londra e da questa sua affermazione nasce l’avventura mentale che partorisce il film.

Conor finge di essere il leader di una band e la invita ad essere la protagonista del video che hanno intenzione di girare. Raphina accetta costringendo così Conor e Darren ad andare alla ricerca di musicisti per formare realmente una band e cominciare un viaggio musicale e sentimentale che si snoderà per tutta la durata del film.

In tutto questo, il fratello maggiore Brendan diventa il mentore che traghetta il giovane e musicalmente inesperto Conor nel mondo del rock. Bellissima la frase con cui gli spiega che non bisogna saper suonare:Do the Sex Pistols know how to play? You need to learn how not to play, Conor, that’s the trick, that’s rock’n’roll, and that takes practice.”

La nemesi principale del protagonista è il preside dell’istituto cattolico, padre Baxter, che costringerà Conor a togliere le sue uniche scarpe marroni perché non congrue all’abbigliamento scolastico mentre dopo la svolta rock, lo obbligherà con violenza a rimuovere il trucco che si era messo per assomigliare ai suoi idoli musicali.

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La fuga a Londra è l’atteso lieto fine che era nell’aria già dall’inizio della pellicola. A parte le belle musiche, Sing Street ricrea perfettamente l’atmosfera della Dublino anni 80 quando la città assomigliava ad un’immensa e sgarrupata periferia piuttosto che alla capitale costosa e multiculturale che è adesso, e  l’emigrazione in Inghilterra era la triste normalità quotidiana.

Per l’arrangiamento delle musiche, John Carney ha collaborato con il musicista scozzese Gary Clark che ha suonato e composto diverse canzoni negli anni 80. Insieme, sono riusciti a dare un tocco realista alle canzoni della band, componendo una musica pantagruelica ed eclettica che ben si adatta alle giacche colorate, talvolta perfino troppo complicate per un gruppo di adolescenti che nel loro primo pezzo se ne escono con una linea di basso slappato e un ritmo preciso e pulito.

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Una curiosità, gli interpreti sono tutti giovani e talentuosi musicisti semi professionisti  e la leggenda narra che hanno dovuto fare diverse tentativi per far risultare la loro prima prova nel film, stonata.

Una chicca da gustare con tutte le membra l’esilarante la scena in cui Conor canta la canzone Brown Shoes al concerto della scuola di fronte ad un furioso padre Baxter, in cui le scarpe marroni diventano un inno alla libertà di espressione ed alla diversità:

So who the hell are you, to tell me what to do/ You wear a dress and you tell me not to wear brown shoes

I giovani attori sono al momento in tournée e non vediamo l’ora di comprare il CD della colonna sonora.

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Captain Fantastic

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A cinque minuti dall’inizio di Captain Fantastic, ho avuto la sensazione di dovermi schierare e sono stata messa davanti al fatto che, nonostante sentissi formicolare il mio represso istinto anticonformista, mi sarei comunque ritrovata a guardare il resto con lo sguardo critico di una banale abitante della società occidentale, una che beve senza scrupoli acqua avvelenata, preferibilmente con ghiaccio e limone. Mi sbagliavo. Nelle primissime scene di questo film che ci catapultano nella vita di Ben e dei suoi figli, non si percepisce ancora con quale delicatezza ne saremo poi allontanati. Provate ad esempio a chiedervi se, dopo il finale, la crudezza della prima scena sia stata o non sia stata perdonata dalla vostra memoria. La sorpresa più bella in Captain Fantastic è proprio che nessuno è chiamato a schierarsi ma tutti sono invitati a mettersi in discussione. E questo perché non è tutto così idilliaco in quella foresta del Nord America dove Ben vive con i sei figli, tutti con nomi inventati dai genitori, lontani dalla società, nel loro paradiso in cui ci si allena duramente, si scuoiano animali, si scalano pareti rocciose, si leggono I Fratelli Karamazov, si rispettano rigorosamente gli orari e ognuno suona virtuosamente qualche strumento. La madre è assente e si scopre presto che muore durante un ricovero in ospedale, così come emergono gli attriti tra Ben e il suocero, che gli vieta di andare al funerale. I figli però non ci stanno e convincono il padre a partire per un viaggio da cui torneranno tutti cambiati. Un viaggio che obbliga Ben a capire che la promessa non cambierà niente, è impossibile da mantenere, e che il cambiamento e l’evoluzione sono inevitabili. Non solo. Anche un viaggio in cui emergono le debolezze del ‘mondo’ e si inizia ad essere lucidamente rimbalzati in un doppio sguardo critico verso entrambe le due realtà, così diverse tra loro, ma dove la perfezione non esiste.

Il secondo lungometraggio di Matt Ross dopo 28 Hotel Rooms e il primo ad essere distribuito in Italia, è di fatto un film sulla famiglia e sull’essere genitori che, dietro a una storia iperbolica, nasconde messaggi profondamente universali. Captain Fantastic non è un film che si schiera o fa schierare, non è un film che condanna, non è un film in cui le cose sono bianche o nere. È un film in cui siamo tutti invitatati a riflettere sugli errori che stiamo commettendo nella nostra vita, dentro o fuori dalle nostre foreste, dentro o fuori dalle nostre belle case piene di ragazzini attaccati a ogni tipo di schermo luminoso. E i primi ad essere interrogati sono i genitori a cui viene ricordato che il mestiere di amare profondamente i propri figli evitando il rischio di distruggerli è davvero il più difficile del mondo.

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Il ritmo del film scorre senza mai una frenata sulle strade percorse dall’autobus di famiglia, con qualche apertura sui grandiosi paesaggi americani che fa bene agli occhi . Apprezzabilissimo è anche l’equilibrio tra la celebrità Viggo Mortensen (per chi se lo fosse dimenticato Aragorn del Signore degli Anelli) e i giovani attori che lo circondano nel ruolo dei figli, con un riuscito risultato corale, anzi è il caso di dire familiare, vuoi anche per le settimane di preparazione che il cast ha davvero passato vivendo nelle tende in mezzo alle montagne.

Captain Fantastic è un delicato sguardo critico sulla nostra società che ci invita a mettere in discussione il paradiso che crediamo di esserci costruiti e a evolverci senza per questo tradire la nostra natura.

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Julieta

julietaDopo una deriva un po’ grottesca con Gli amanti passeggeri , Pedro Almodovar ritorna ad occuparsi di donne, e lo fa con una capigliatura anni 80 alla Donatella Rettore, i colori pastello delle minigonne di Adriana Ugarte, e con la matura e sofferente Emma Suarez: entrambe sono Julieta, una donna che ha un passato doloroso che ritorna casualmente, e come tutti i passati dolorosi, riporta alla luce ferite aperte che si credevano guarite.

La trama: Julieta sta per trasferirsi in Portogallo insieme allo scrittore Lorenzo Gentile, ma un incontro casuale con Beatriz, l’amica di infanzia della figlia, la catapulta in un passato che pensava di essersi lasciata alle spalle e decide, pertanto, di non partire, rifiutando di dare spiegazioni al suo compagno. Il comprensivo Lorenzo, con il suo poderoso accento argentino, è magnifico e incarna egregiamente l’amante perfetto: se ne va senza fare domande, lontano dai drammi della gelosia.

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Julieta affitta, allora, una stanza nello stesso condominio che aveva lasciato anni prima e si abbandona alla scrittura di un diario da cui traspira una triste storia di abbandono filiale.

La storia fatta di flashback ci riporta su un treno dove una giovane Julieta – Adriana Ugarte fa la prima conoscenza di Xoan un pescatore del nord, con il quale passa una notte d’amore. Mesi dopo, si trasferisce nel paese di Xoan dove incontra due personaggi con cui instaurerà dei legami cinematograficamente importanti, la divina Rossy de Palma nei panni della governante Marian e Inma Cuesta che interpreta Ava, un’artista, amica e amante part-time di Xoan.

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Dalla relazione con Xoan, nasce Antìa, molto legata al padre. L’improvvisa morte di Xoan mentre Antìa è lontana da casa, la porta ad accudire la madre depressa per la perdita del compagno, ma dopo che Julieta si è ristabilita, abbandona il tetto materno per un ritiro spirituale e scompare per sempre.

I ricordi affliggono Julieta che vagando a zonzo per Madrid, incontra di nuovo Beatriz. Bea le confida che il legame con sua figlia ai tempi dell’adolescenza era molto di più di una semplice amicizia e che durante l’incontro di alcuni mesi prima, Antìa aveva fatto finta di non riconoscerla mentre era con i suoi tre figli.

Julieta, stordita, continua il suo vagare senza meta e improvvisamente tenta il suicidio gettandosi nel traffico di Madrid, mentre dall’altra parte della strada, Lorenzo, di ritorno in città, assiste alla scena.

Il film si risolve con una rivincita del karma proprio nel momento in cui Julieta rinuncia di nuovo alla ricerca della figlia e con una riflessione sul senso di colpa, filo rosso che unisce i personaggi femminili della pellicola.

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Per la stesura di Julieta, Almodovar ha affermato di essersi ispirato a tre racconti di Alice Monroe, e forse per questo la storia non scorre come dovrebbe, ma  la genialità del regista si sublima comunque nella scena in cui Antìa e Bea asciugano la testa ad una depressa Adriana Ugarte e nel momento in cui scostano la salvietta, Julieta ha la faccia della più matura Emma Suarez.

Per il resto, i dialoghi mai sbagliati e i colori caldi e accesi che caratterizzano la maggior parte dei film del regista spagnolo, sono ancora i protagonisti indiscussi insieme all’umanità, con le sue debolezze e i suoi giochi d’amore. Anche se la narrazione stenta ad adattarsi alla bellezza delle inquadrature e del girato, Julieta rimane una piacevole passeggiata raccontata da un grande regista.

In guerra per amore

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La leggerezza, che non significa mancanza di densità, è quello che molti si aspettano – e si meritano – davanti a uno schermo per due ore, ma nel nuovo film di Pif c’è qualcosa nel dosaggio degli ingredienti che è andato storto. La leggerezza si mescola all’amore, alla guerra, alla storia, alla comicità, con un pizzico di sociale gay-friendly buttato là, si ha l’impressione, solo per far lievitare meglio il tutto e… voilà, tutto diventa insapore. Non c’è niente da fare, quell’equilibrio perfetto che Benigni con La Vita è Bella era riuscito a creare con gli stessi ingredienti è irriproducibile, e Pif ci fa sorridere, ci fa riflettere su un tema storico forse sconosciuto a molti, ma non si avvicina lontanamente al capolavoro a cui strizza l’occhio. Come nel film del ’97, anche qui c’è il tentativo di dividere il film in due ambientazioni e in due atmosfere diverse, ma, oltre al fatto che l’equilibrio temporale si perde completamente nella parte centrale, l’atmosfera rimane sempre molto naif anche quando dovrebbe farsi drammatica, fatta eccezione forse per le scene del rifugio antiaereo.

Tutto ha inizio a New York, nel 1943, dove Arturo Giammarresi, immigrato italiano e cameriere che combatte solo con la lingua inglese, si innamora della bella Flora (una Miriam Leone molto brava… a portare bellissimi rossetti), anche lei siciliana ma promessa a uno dei più vicini collaboratori di Lucky Luciano. L’unico modo per impedire le nozze è chiedere la mano di lei direttamente al padre, che vive in Sicilia, dove imperversa la guerra. Arturo decide allora di partire come soldato e porta con sé quello sguardo ingenuo che proprio non si riesce a conciliare con la drammaticità della situazione che va a vivere. Da qui in poi, la leggerezza si perde in una trama in cui ci si aspetta una svolta inaspettata ma in cui invece avviene proprio tutto quello che ti aspetti avvenga. Anche quando gli eventi prendono una – prevedibile – piega tragica. Tutto segue il filone della banalità in cui si viene consolati di tanto in tanto da qualche battuta in stile più sitcom che cinematografico. Poi finalmente arriva il finale, che scuote davvero, che fa capire a chi non si era informato precedentemente che Pif si riferisce a precisi eventi storici: il tellurico discorso di Don Calò che da solo vale la visione del resto del film.

La pazza gioia

la-pazza-gioiaCi sono due aspetti innegabili di questo film uscito la primavera scorsa e in cui dopo La Prima Cosa Bella, Paolo Virzì affronta di nuovo il tema della famiglia come incubatrice dei nostri tormenti, rimettendo la moglie Micaela Ramazzotti nei panni di una madre problematica. Il primo è che alle donne piacciono a prescindere i film che osservano le donne, e in questo caso l’indulgenza con cui si guarda alla loro follia, clinicamente parlando, non può che commuovere la fetta rosa delle spettatrici. Il secondo è che risulta molto difficile mettere in discussione la prova delle due attrici protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi insieme alla Ramazzotti. Ecco, se proprio un difetto bisogna trovarlo, è che si ha l’impressione di assistere a un lungo provino dall’esito indiscutibilmente eccellente, ma che non lascia mai lo sguardo riposare né sui personaggi secondari, né sulla narrazione che rischia di scivolare verso il fiabesco.

Il film segue nella loro fuga da una comunità terapeutica Beatrice e Donatella, due donne diverse quanto perfettamente intersecabili, svelando un po’ alla volta il loro passato. Ed è scoprendo il contesto in cui sono nati i loro drammi che lo spettatore è inquietato (o sollevato?) dalla rivelazione che i ‘matti’ senza perizie ufficiali restano fuori, liberi e impuniti, e che tra di loro i peggiori sono i parenti più stretti. L’unico genitore che si salva è proprio Donatella, quella a cui il figlio viene tolto e a cui forse tutti l’avremmo tolto senza metterci nei suoi panni (Datemelo no? …Che mi curate levandomelo?) ma che è anche l’unica madre tra quelle presenti nel film che si illumina davanti al figlio, diventando radiosa solo per quel breve istante in cui i due sono liberi di guardarsi.

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La domanda vera che pone il film è se siamo tutti nati tristi o se ci sia un momento della vita di ognuno, complici le persone che ci circondano, in cui si corre il rischio di impazzire inseguendo la felicità, che poi è nelle cose piccole, nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili. In altre parole, ci si chiede quale sarà mai il criterio con cui vengono distribuiti quegli anticorpi che permettono ad alcuni sì e ad altri no di passare indenni sui ponti delle proprie tragedie.

Io, Daniel Blake

i-daniel-blakeNel film vincitore della Palma d’oro a Cannes, Daniel Blake, carpentiere di Newcastle, si ritrova a combattere una frustrante battaglia contro la burocrazia per ottenere un sussidio e riuscire a sopravvivere dopo un infarto. Durante uno di questi appuntamenti kafkiani incontra Katie, madre single spedita come un pacco a Newcastle da Londra, e tra i due scatta quel meccanismo per cui aiutare gli altri distrae e anestetizza dalle proprie tragedie.

Nonostante l’ambientazione e le chiare intenzioni di Ken Loach nei confronti del sistema sociale britannico, il tema, i personaggi, le situazioni quotidiane di ordinaria povertà sono rese perfettamente universali (chi non si è mai ritrovato appeso per ore al vivavoce in attesa della risposta di un call center istituzionale) grazie alla scrematura scientifica di ogni sovrappiù. Ancor più che nel finale, l’unico elemento con cui lo spettatore viene colpito allo stomaco è proprio la crudezza della fame, e mai grazie a colpi di scena sentimentali o vorticosi. Ambientato in case umili e uffici asettici, quelle rare volte in cui la camera esce sugli esterni urbani questi diventano ancora più grigi e meno accoglienti degli interni in cui ci si torna subito a rifugiare. Lo sguardo rimane fermo senza distrazioni sui due protagonisti, interpretati da Dave Johns e Hayley Squires, due volti ‘comuni’ della scena artistica anglosassone, che hanno accettato uno di abbandonare gli usuali panni di comico e l’altra di girare le scene in ordine cronologico senza conoscere il copione delle successive.

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Il tocco di amara ironia del film viene offerto senza sforzi di immaginazione dalla descrizione magistrale dei meccanismi istituzionali, talmente illogici da strappare un sorriso. I ‘cattivi’ sono quelli che dovrebbero aiutare e che, a guardarli bene, sono più impacciati dei ‘buoni’, barricati come restano dietro alle loro risposte automatiche a cui nemmeno loro sanno dare una spiegazione. Quei pochi che si ribellano mostrando le crepe del sistema, come l’impiegata Ann, vengono subito ammoniti per il loro comportamento inammissibile e diventano dei coraggiosi contrabbandieri di umanità. In una società dove le soluzioni più concrete arrivano dall’illegalità, tutto è in vendita senza falsi moralismi, ad eccezione della dignità creativa con cui ognuno cerca di decorare la propria realtà desolante, come fa Daniel con i suoi pesci di legno. Da tutto ciò è già contaminato anche lo sguardo dei bambini, costretti ad abbandonare il proprio mondo pur di avere un tetto, e che come gli adulti un po’ si alienano (“se gli altri non lo ascoltano, perché lui dovrebbe ascolatre gli altri”), un po’ aderiscono a quella solidarietà sotterranea che è l’unica soluzione possibile e non sempre salvifica (“se tu hai aiutato noi, perché noi non possiamo aiutare te”).

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Café Society

 

cafe-societyCafé Society, un altro film ben fatto di Woody Allen con una fotografia accattivante, dai ritmi leggeri, piacevoli e coinvolgenti. Narrato come un’improvvisazione di jazz sincopata, ha una struttura che non cade mai nella banalità, e lo spettatore che resta in attesa di qualcosa di scontato, rimane costantemente deluso.

I dialoghi sono ben costruiti e i personaggi hanno il linguaggio dell’epoca:  gli uomini parlano di matrimonio e le donne non ne sono spaventate, al contrario, la moda e gli ambienti strizzano un po’ troppo l’occhio agli anni sessanta,  specialmente i vestitini corti di Vonnie ed alcuni interni nella California dello zio Phil.

Veronica “Vonnie” è interpretata da Kristen Stewart  e questo mi  fa pensare che il buon vecchio Woody l’abbia voluta per i suoi trascorsi nella serie Twilight nella quale si divideva tra i due protagonisti maschili, cosa che fa altrettanto bene in Café Society dove si sforza perfino di sorridere.

Il protagonista Bob Dorfman ricorda un Woody Allen giovane, forse un po’ meno ironico, ma più sorridente. Bob è timido ed insicuro nella prima parte del film, ma diventa più spavaldo dopo il suo ritorno a New York quando viene arruolato dal fratello gangster per gestire il suo night club piuttosto equivoco. I due fratelli trasformano il vecchio Club Hangover  in un esclusivo café frequentato da  gente famosa ed in vista, compresi politici e burocrati.

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L’arrivo di Vonnie a New York scombussolerà la sua routine di manager fatta di strette di mano e pacche sulle spalle, ma il finale, bellissimo nella sua semplicità, risolve un film che non tradisce mai tensione o mal di vivere, facendo rimanere il sogno nella sua naturale dimensione onirica.

Café Society non è un film che colpisce, ma un film che accarezza.