La banchina del ghiaccio trasloca

A tutti coloro che ci stanno seguendo, ci hanno seguito o ci seguiranno! Dopo una sanguinosa riunione del CdA ha vinto la linea del trasloco selvaggio e ci siamo trasferiti al piano di sopra con vista ripostiglio…….

 

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“Quand’ero piccolo i miei genitori hanno cambiato casa una decina di volte. Ma io sono sempre riuscito a trovarli” 

Woody Allen

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La La Land

Sì lo ammetto, sono entrata e uscita scettica dalla proiezione del film sulla bocca del mondo intero, eppure sono due giorni che canticchio e faccio le scale di casa solo in modalità ballerina di musical. La notizia certa è che il vaccino per la La La Fever non è stato ancora inventato. Lo dimostrano le 214 nominations e i 144 premi a oggi vinti dal film scritto e diretto dal trentaduenne Damien Chazelle, e girato in due mesi nell’estate del 2015.

mv5bmzuzndm2nzm2mv5bml5banbnxkftztgwntm3ntg4ote-_v1_ux182_cr00182268_al_In questi giorni la parola ‘musical’ viene pronunciata anche dall’ultimo dello spettatore, quello che magari di musical non ne ha mai visto uno ed è ignaro delle decine di citazioni presenti nel film (Cantando sotto la pioggia, West Side Story, Moulin Rouge, Grease e Gioventù Bruciata solo per citarne alcune). E questa è la chiave del successo di La La Land, il fatto di essere ricercato nei riferimenti ma allo stesso tempo all’altezza di tutti gli infiniti target. Anche se, volendo andare a cercare a fondo le ragioni pubblicitarie di tanto successo planetario, non è difficile riconoscere una grande e melensa autocelebrazione dell’universo hollywoodiano, che, è il caso di dire, se la suona e se la canta da solo.

 

Capire cos’altro funziona così bene in La La Land senza una leggera spruzzatina di spoiler è praticamente impossibile. L’effetto sorpresa non è dato tanto dal finale ma dal montaggio, potremmo benissimo dire dal montaggio della storia d’amore tra Mia e Sebastian, sulla quale scopriamo in sala di essere stati tutti confusi ad arte dai trailer, e in certo senso tiriamo anche un sospiro di sollievo capendo che non è tutto così scontato come sembra. Anzi, in quel mondo ovattato in cui i protagonisti squattrinati sono sempre bellissimi e hanno un vestito diverso per ogni mezza giornata, ci sorprendiamo nella scena della cena (se qualcuno sa dirmi che cosa è quella cosa enorme che brucia in forno gliene sarei culinariamente grata) a scoprire due personaggi che tanto assomigliano a tutti noi in quel realistico momento in cui l’io si scontra col noi e la puntina del vinile nella nostra testa salta producendo suoni fantasmagorici. Un po’ come una jam session che finisce tragicamente, ma in fondo su questo Mia era stata istruita. Va da sé che anche il montaggio di Tom Cross è candidato agli Oscar.

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Tra le 14 nominations, anche quella per i costumi, creati da Mary Zophres perché si armonizzassero alla perfezione con le scenografie di David Wasco, anche queste candidate all’ambita statuetta. Tutti elementi che contribuiscono a un altro ‘effetto speciale’ di La La Land, quello di creare un’atmosfera sospesa tra un passato nostalgico e un presente tecnologico in cui, se non fosse per gli smartphone usati dai protagonisti già nelle prime scene, verrebbe spontaneo chiedersi in che epoca è ambientato il film.

Per riassumere, prendete una storia d’amore con colonna sonora e sorpresa nella trama, il tutto proiettato in una Hollywood assolutamente fashion e pervasa dal cliché dell’ambizione e non solo someone in the crowd, ma la folla intera sarà conquistata.

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Allied -Un’ombra nascosta

Non starò qui a dirvi che da perfetta rappresentante del gentil sesso, in sala per Allied ci sono entrata con il preciso obiettivo di rendermi conto, in una scala da 1 a 10, quanto Brad Pitt ne uscisse cornuto e mazziato. Per tutto il resto ho dovuto fare per qualche secondo mente locale su chi erano i buoni e i cattivi, gli inglesi, i tedeschi e i francesi in una Casablanca così glamour che, oltre al gossip, anche i bellissimi costumi ispirati all’omonima pellicola del 1942 mi hanno fatto perdere la concentrazione.

53413Ma nonostante tutte le distrazioni, l’intrigo è facile da ricostruire: Max Vatan (Brad Pitt) è una spia canadese al servizio di Sua Maestà che viene letteralmente spedito a Casablanca dove deve incontrare Marianne Beauséjour (Marion Cotillard), collega francese, di cui fingersi il marito e con cui assassinare un ambasciatore tedesco. L’operazione riesce così bene che nella fuga – misteriosamente indisturbata – ci scappa pure la proposta di matrimonio vero e i due piccioncini si stabiliscono a Londra, dove vivono felici tra un bombardamento e un altro finché Max non viene convocato dalla temibile Sezione V. La comunicazione che gli viene fatta è cosa nota: se nel giro di poche ore non viene smentito il dubbio che sua moglie sia una spia tedesca, sarà lui stesso a doverla uccidere.

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Effettivamente quanto di storico c’è nel diciottesimo film diretto da Robert Zemeckis serve solo da cornice. La vicenda non ha nessun riferimento documentato e pare sia nata da un racconto presumibilmente vero che la fidanzata inglese aveva fatto all’allora ventenne Steven Knight, che poi diventato sceneggiatore non ha mai dimenticato quella storia di spie così cinematografica. In molti hanno evidenziato una certa mancanza di accuratezza nei dettagli storici, tra uniformi, aerei e bombardamenti sbagliati, spie professioniste che si fingono parigine con l’accento canadese e perfino padelle e maniglie inesistenti a quell’epoca, ma dopo tutto il vero tema di Allied è più antico della seconda guerra mondiale ed è l’eterno binomio amore/dubbio.

Dubbio che viene istillato sapientemente e con dosato equilibrio per tutta la seconda metà del film, mentre la guerra diventa sempre più solo il lontano scenario di una struggente vicenda sentimentale. Da una parte il marito-che-tutte-vorrebbero Max che si fa in quattro per dimostrare l’innocenza della moglie. Dall’altra la moglie e madre Marianne che lentamente dismette i panni di femme fatale ed è sempre meno brava a fingere travolta dai quei sentimenti che tanto bene riusciva a congelare al caldo di Casablanca. A questo punto qualunque donna come me, entrata in sala solo per difendere il povero Brad, si ritrova davanti alle vere sorprese del film.

Innanzi tutto chiunque con un minimo di senso critico deve ammettere che, se pur mantenendo tutto il suo fascino, il bel cinquantenne vive di rendita e si può permettere la stessa espressione-da-Brad-Pitt per tutto il film, non importa se stia facendo uno squillo a casa per dire che ritarda inventandosi balle (situazione ordinaria) o se debba rispondere al telefono di casa mentre lei gli si è infilata sotto le lenzuola e lui sa benissimo che l’attesa telefonata serve a scoprire se lei è una spia o no (situazione decisamente molto meno ordinaria).

La seconda sorpresa è che nessuno vince o perde davvero, come ci si aspetterebbe, e se c’è una figura che viene elogiata con tragica delicatezza è proprio quella femminile. L’ombra c’è, ma nel delicato equilibrio di luci e oscurità della vita di una donna, spia o non spia che sia, quello che c’è da tenere nascosto è quello che in altre storie sarebbe dato per scontato.

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GGG – Il Grande Gigante Gentile

Dio salvi la regina, e la regina salvi il GGG! Tra orde di nanetti in libera uscita, sono finita quasi per caso in sala davanti al Grande Gigante Gentile, l’ultimo film di Steven Spielberg che torna dopo anni a rivolgersi al pubblico di tutte le età con la storia tratta dall’omonimo romanzo di Roal Dahl, uscito, tra l’altro, nel 1982, stesso anno in cui E.T. chiedeva di fare uno squillo a casa e senza smartphone.

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La spavalda ma malinconica Sophie viene rapita dall’orfanotrofio dove vive da un misterioso gigante notturno che la porta fin dentro la sua grotta dove, solo apparentemente, vuole metterla in padella con dei putridi cetrionzoli. Subito tra i due nasce una profonda amicizia che li porterà poi a vivere insieme il resto dell’avventura tra mondo dei giganti e mondo degli urbani, secondo lo schema bambino/diverso buono che si ripete dopo 35 anni.

bfg-poster-05152016Già, sono lontani i tempi in cui Elliott correva tra le pannocchie tenendoci tutti col fiato sospeso fin dai primi minuti di E.T.. Però da allora Spielberg una grande lezione della narrazione per fanciulli grandi e piccini sembra averla capita: quando non sai come attirare l’attenzione, con un po’ di flatulenza generale si risolvono tutti i problemi. E funziona (anche E.T. a pensarci bene aveva scoperto la potenza comica del ruttino)! Sì perché finché non si arriva alla svolta delle puzzette regali, non si riesce proprio a trovare il bandolo della matassa de Il Grande Gigante Gentile. Forse perché tra storie di orfani di dickensiana memoria, viaggi gulliveriani, l’annoso tema del bullismo tra giganti, il cattivo che sembra cattivo solo per poco ma è ovviamente buonissimo, la fabbrica dei sogni, i disturbi del linguaggio del finto cattivo ma buono, la solitudine e la sofferenza (ma poi il bambino con la giacca rossa chi era??), insomma per dirla come il GGG tra grandi trionfoni e uno spizzico di tormentino, il film proprio non decolla. Almeno finché una spassosissima regina d’Inghilterra non fornisce i suoi elicotteri da guerra. Dopo la parabola comica però, il film si conclude in una colata caramellosa di buoni sentimenti in cui trionfa la telepatia tra i due amici costretti dalla propria diversità a starsene lontani (e poi…perché?).

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Certo la prova tecnica del digitale è del tutto superata, ma forse l’incontro tra l’originale romanzo di Roal Dahl e il grande maestro dell’avventura fantasy poteva portare a esiti più memorabili, invece con un’eccessiva smania di commuovere espressa quasi accademicamente, il target de il Grande Gigante Gentile risulta indefinito, con troppi ingredienti nel calderone per il pubblico dei più piccoli e un mancato coinvolgimento per quello dei più grandi. Accompagnate comunque i vostri figli per ricordare loro che non ci si butta dalla terrazza come fa Sophie per provocare il suo enorme amico, nella vita reale il Gigante non verrà a salvarvi (eppure Spielberg di figli ne ha cresciuti sei!).

Lion – La strada verso casa

lionLion – La strada verso casa, è il primo lungometraggio di Garth Davis, uno dei più famosi registi di spot pubblicitari al mondo, e non è così difficile riconoscere nel film le scelte di un ottimo venditore, tanto bravo da essersi già guadagnato, tra le altre, 4 nominations ai Golden Globe. Che la trama sia tra le più toccanti di questo Natale lo si capisce bene anche dal trailer, in cui viene già rivelato che il film è tratto da una storia vera, quella di Saroo Brierley e della sua tragica esperienza. Nato in India da una famiglia poverissima, a 5 anni si addormenta su un treno che lo porta a 1500 km da casa per poi essere adottato da una famiglia australiana dopo essere stato salvato dalla strada. Di fatto il trailer già spoilera (quasi) tutta la trama, ed è la narrazione a lasciare sorpresi ad inizio visione, perché il film non si sviluppa per flashback ma segue l’ordine cronologico della storia, tenendoci in India per tutta la prima metà a seguire con gran patema le vicissitudini del piccolo Saroo (e i sottotitoli), per poi trasferirci in Australia, improvvisamente sollevati dal vederlo cresciuto più che bene, benissimo, se non per il fatto che ormai uomo inizia a sviluppare l’ossessione delle sue origini. Nella seconda parte il balzo temporale si avverte un po’ troppo drasticamente, perché ci sono aspetti profondi nei legami con la nuova famiglia che nella pellicola trovano tempo solo di fare capolino e di permettere a Nicole Kidman, che interpreta la madre adottiva, di farci giusto intravedere un personaggio troppo complesso per restare sullo sfondo, così come i legami tra i membri della famiglia che aprono una storia nella storia poco approfondita nonostante le due ore di film.

 

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Gli ingredienti emozionali ci sono innegabilmente tutti, con l’aggiunta di qualche agente lievitante rubato al mondo della pubblicità, come il tema musicale originale molto trascinante, i colori leggermente patinati, la fotografia che spazia sapientemente dai primissimi piani che indagano i personaggi ai grandi paesaggi indiani e australiani. La storia è così incredibile che verso la fine ci si dimentica quasi che sia vera, colpa forse dell’allure un po’ troppo saponata del ritorno a casa del bell’eroe interpretato da Dev Patel, che per questo ruolo ha messo su qualche buon chilo di muscoli e l’aria da sex symbol che gli mancava. Non si può che augurarci che mantenga questo look, ma forse nel film l’effetto è un po’ troppo cinematografico, visto che nel finale ci si chiede cosa avrà mai mangiato il protagonista in Australia da averlo reso così alto e pallidino rispetto ai compaesani ritrovati. Il colpo di fulmine è comunque inevitabile per Sunny Pawar, il piccolo attore di 8 anni che interpreta Saroo da bambino, scelto tra più di 2000 candidati nonostante non parlasse una parola d’inglese, e che tra premi e nomination personali in giro per il mondo è già a quota cinque.

 

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Dopo una certa assuefazione alle emozioni, negli ultimi secondi si viene catapultati nella storia vera, sorpresa che riporta anche lo spettatore più glaciale a commuoversi di nuovo, anche perché veniamo a conoscenza dell’impegno sociale della produzione del film nei confronti del dramma di 80000 bambini che ogni anno risultano scomparsi in India e per i quali a volte un cucchiaio trovato in una discarica può essere più provvidenziale di google earth.

Se Garth Davis fosse stato poco più narratore e poco meno venditore, forse un pacchetto di fazzoletti non basterebbe per questo film da vedere assolutamente.

Animali fantastici e dove trovarli

52789Nel caso vi trovaste seduti sulla poltrona del cinema a guardare Animali fantastici e dove trovarli per puro caso, e negli ultimi 20 anni aveste vissuto completamente digiuni di Howgarts, Silente e compagnia (ma dove eravate, su Marte?), allora avete assolutamente bisogno di questa recensione per babbani. Premessa essenziale: il film è una sorta di spin-off della saga harrypottiana e si basa sul libro omonimo, scritto nel 2001 dalla Rowling come fosse un testo scolastico della scuola di magia di Howgarts (quella frequentata da Harry Potter nei sette libri/film principali). Mentre il libro in questione è un’enciclopedia delle creature fantastiche per studenti di magia che porta la firma dall’espertissimo magizoologo Newt Scamander, il film, che vede la Rowling nel ruolo di sceneggiatrice, racconta il viaggio di lavoro di Scamander a New York nel 1926, quindi in un’epoca molto precedente alle avventure del maghetto sul suolo britannico.

Da subito sono numerosi i riferimenti all’universo magico di Harry Potter, ma senza entrare nei dettagli, per non sentirsi spaesati, basta sapere che qui il mondo magico convive in parallelo con quello dei babbani (che saremmo noi comuni mortali senza poteri di nessun tipo), con tanto di scuole e ministeri dagli accessi segreti a noi invisibili.

Una volta assodato questo sinteticissimo ABC, lasciatevi coinvolgere dal film senza troppe domande e senza andarvi a vedere tutti gli Harry Potter, perché innanzi tutto qui Harry non c’è, e poi perché se c’è una magia che la Rowling sa fare benissimo, è quella di riuscire a tenere insieme tutte le tessere del puzzle, senza tralasciare niente, e facendo tornare tutto quello che sembra non tornare fino all’ultimo momento, in una tela intrecciata con un’infinita fantasia sostenuta sempre da una solida impalcatura logica. Per esempio vi chiederete almeno 10 volte chi sono veramente i cattivi, perché anche in questa nuova saga la lotta tra bene e male è centrale, ma sempre da quella prospettiva incerta e mai banale su quali siano i personaggi da temere veramente (che poi anche per noi babbani non è che sia tanto diverso…). A tutto questo si aggiungono i rapporti diplomatici, l’assurdità delle leggi, le frustrazioni del lavoro ‘statale’, l’ecologia e la salvaguardia degli animali (fantastici)… temi a quanto pare di grande attualità anche nel mondo della magia.

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Anche il cast è da favola e se, fidanzate o mamme, proprio non riuscite ad appassionarvi agli strani animaletti poco domestici, sicuramente potrete apprezzare Eddie Redmayne che resta uomo per tutto il film (e pure di quelli tutti fascino, spettinatura e calamite negli occhi) o Colin Farrel che tra l’altro si trasforma in Johnny Depp (cosa volete di più??) che compare però come special guest solo per pochi secondi. Bilanciati e altrettanto affascinanti i due personaggi femminili, le sorelle yin e yang della femminilità interpretate da Katherine Waterstone e Alison Sudol. Tutti diretti da David Yates, regista degli ultimi 4 Harry Potter. E se siete stati colpiti dall’incantesimo niente paura, sono già stati annunciati ben quattro sequel che ci catapulteranno ancora per anni in questo mondo affascinante che scaturisce senza limiti dal genio della Rowling.

Captain Fantastic

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A cinque minuti dall’inizio di Captain Fantastic, ho avuto la sensazione di dovermi schierare e sono stata messa davanti al fatto che, nonostante sentissi formicolare il mio represso istinto anticonformista, mi sarei comunque ritrovata a guardare il resto con lo sguardo critico di una banale abitante della società occidentale, una che beve senza scrupoli acqua avvelenata, preferibilmente con ghiaccio e limone. Mi sbagliavo. Nelle primissime scene di questo film che ci catapultano nella vita di Ben e dei suoi figli, non si percepisce ancora con quale delicatezza ne saremo poi allontanati. Provate ad esempio a chiedervi se, dopo il finale, la crudezza della prima scena sia stata o non sia stata perdonata dalla vostra memoria. La sorpresa più bella in Captain Fantastic è proprio che nessuno è chiamato a schierarsi ma tutti sono invitati a mettersi in discussione. E questo perché non è tutto così idilliaco in quella foresta del Nord America dove Ben vive con i sei figli, tutti con nomi inventati dai genitori, lontani dalla società, nel loro paradiso in cui ci si allena duramente, si scuoiano animali, si scalano pareti rocciose, si leggono I Fratelli Karamazov, si rispettano rigorosamente gli orari e ognuno suona virtuosamente qualche strumento. La madre è assente e si scopre presto che muore durante un ricovero in ospedale, così come emergono gli attriti tra Ben e il suocero, che gli vieta di andare al funerale. I figli però non ci stanno e convincono il padre a partire per un viaggio da cui torneranno tutti cambiati. Un viaggio che obbliga Ben a capire che la promessa non cambierà niente, è impossibile da mantenere, e che il cambiamento e l’evoluzione sono inevitabili. Non solo. Anche un viaggio in cui emergono le debolezze del ‘mondo’ e si inizia ad essere lucidamente rimbalzati in un doppio sguardo critico verso entrambe le due realtà, così diverse tra loro, ma dove la perfezione non esiste.

Il secondo lungometraggio di Matt Ross dopo 28 Hotel Rooms e il primo ad essere distribuito in Italia, è di fatto un film sulla famiglia e sull’essere genitori che, dietro a una storia iperbolica, nasconde messaggi profondamente universali. Captain Fantastic non è un film che si schiera o fa schierare, non è un film che condanna, non è un film in cui le cose sono bianche o nere. È un film in cui siamo tutti invitatati a riflettere sugli errori che stiamo commettendo nella nostra vita, dentro o fuori dalle nostre foreste, dentro o fuori dalle nostre belle case piene di ragazzini attaccati a ogni tipo di schermo luminoso. E i primi ad essere interrogati sono i genitori a cui viene ricordato che il mestiere di amare profondamente i propri figli evitando il rischio di distruggerli è davvero il più difficile del mondo.

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Il ritmo del film scorre senza mai una frenata sulle strade percorse dall’autobus di famiglia, con qualche apertura sui grandiosi paesaggi americani che fa bene agli occhi . Apprezzabilissimo è anche l’equilibrio tra la celebrità Viggo Mortensen (per chi se lo fosse dimenticato Aragorn del Signore degli Anelli) e i giovani attori che lo circondano nel ruolo dei figli, con un riuscito risultato corale, anzi è il caso di dire familiare, vuoi anche per le settimane di preparazione che il cast ha davvero passato vivendo nelle tende in mezzo alle montagne.

Captain Fantastic è un delicato sguardo critico sulla nostra società che ci invita a mettere in discussione il paradiso che crediamo di esserci costruiti e a evolverci senza per questo tradire la nostra natura.

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In guerra per amore

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La leggerezza, che non significa mancanza di densità, è quello che molti si aspettano – e si meritano – davanti a uno schermo per due ore, ma nel nuovo film di Pif c’è qualcosa nel dosaggio degli ingredienti che è andato storto. La leggerezza si mescola all’amore, alla guerra, alla storia, alla comicità, con un pizzico di sociale gay-friendly buttato là, si ha l’impressione, solo per far lievitare meglio il tutto e… voilà, tutto diventa insapore. Non c’è niente da fare, quell’equilibrio perfetto che Benigni con La Vita è Bella era riuscito a creare con gli stessi ingredienti è irriproducibile, e Pif ci fa sorridere, ci fa riflettere su un tema storico forse sconosciuto a molti, ma non si avvicina lontanamente al capolavoro a cui strizza l’occhio. Come nel film del ’97, anche qui c’è il tentativo di dividere il film in due ambientazioni e in due atmosfere diverse, ma, oltre al fatto che l’equilibrio temporale si perde completamente nella parte centrale, l’atmosfera rimane sempre molto naif anche quando dovrebbe farsi drammatica, fatta eccezione forse per le scene del rifugio antiaereo.

Tutto ha inizio a New York, nel 1943, dove Arturo Giammarresi, immigrato italiano e cameriere che combatte solo con la lingua inglese, si innamora della bella Flora (una Miriam Leone molto brava… a portare bellissimi rossetti), anche lei siciliana ma promessa a uno dei più vicini collaboratori di Lucky Luciano. L’unico modo per impedire le nozze è chiedere la mano di lei direttamente al padre, che vive in Sicilia, dove imperversa la guerra. Arturo decide allora di partire come soldato e porta con sé quello sguardo ingenuo che proprio non si riesce a conciliare con la drammaticità della situazione che va a vivere. Da qui in poi, la leggerezza si perde in una trama in cui ci si aspetta una svolta inaspettata ma in cui invece avviene proprio tutto quello che ti aspetti avvenga. Anche quando gli eventi prendono una – prevedibile – piega tragica. Tutto segue il filone della banalità in cui si viene consolati di tanto in tanto da qualche battuta in stile più sitcom che cinematografico. Poi finalmente arriva il finale, che scuote davvero, che fa capire a chi non si era informato precedentemente che Pif si riferisce a precisi eventi storici: il tellurico discorso di Don Calò che da solo vale la visione del resto del film.

La pazza gioia

la-pazza-gioiaCi sono due aspetti innegabili di questo film uscito la primavera scorsa e in cui dopo La Prima Cosa Bella, Paolo Virzì affronta di nuovo il tema della famiglia come incubatrice dei nostri tormenti, rimettendo la moglie Micaela Ramazzotti nei panni di una madre problematica. Il primo è che alle donne piacciono a prescindere i film che osservano le donne, e in questo caso l’indulgenza con cui si guarda alla loro follia, clinicamente parlando, non può che commuovere la fetta rosa delle spettatrici. Il secondo è che risulta molto difficile mettere in discussione la prova delle due attrici protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi insieme alla Ramazzotti. Ecco, se proprio un difetto bisogna trovarlo, è che si ha l’impressione di assistere a un lungo provino dall’esito indiscutibilmente eccellente, ma che non lascia mai lo sguardo riposare né sui personaggi secondari, né sulla narrazione che rischia di scivolare verso il fiabesco.

Il film segue nella loro fuga da una comunità terapeutica Beatrice e Donatella, due donne diverse quanto perfettamente intersecabili, svelando un po’ alla volta il loro passato. Ed è scoprendo il contesto in cui sono nati i loro drammi che lo spettatore è inquietato (o sollevato?) dalla rivelazione che i ‘matti’ senza perizie ufficiali restano fuori, liberi e impuniti, e che tra di loro i peggiori sono i parenti più stretti. L’unico genitore che si salva è proprio Donatella, quella a cui il figlio viene tolto e a cui forse tutti l’avremmo tolto senza metterci nei suoi panni (Datemelo no? …Che mi curate levandomelo?) ma che è anche l’unica madre tra quelle presenti nel film che si illumina davanti al figlio, diventando radiosa solo per quel breve istante in cui i due sono liberi di guardarsi.

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La domanda vera che pone il film è se siamo tutti nati tristi o se ci sia un momento della vita di ognuno, complici le persone che ci circondano, in cui si corre il rischio di impazzire inseguendo la felicità, che poi è nelle cose piccole, nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili. In altre parole, ci si chiede quale sarà mai il criterio con cui vengono distribuiti quegli anticorpi che permettono ad alcuni sì e ad altri no di passare indenni sui ponti delle proprie tragedie.