Zelig

zelig-locandinaUscito nel 1983, Zelig è diretto da Woody Allen che mette insieme un gioiellino in cui dichiara apertamente tutto il suo amore per gli anni della grande depressione, un documentario fittizio che parla di un personaggio fittizio, ma in un passato reale.

La pellicola è piena di trovate ironiche, fresche e divertenti. Leonard Zelig, interpretato dallo stesso Allen, ha una strana malattia compulsiva: diventa simile a chi gli sta accanto, non soltanto ne prende le sembianze, ma riesce anche ad emularne la lingua, le abitudini e perfino a fingere le stesse competenze dei suoi interlocutori. Allen diventa così un suonatore di batteria di colore in un locale per soli afroamericani, gli si sviluppano tratti somatici orientali vicino ad alcuni lavoratori cinesi e la barba gli cresce a vista d’occhio accanto a due rabbini (solo per citare alcune delle tante trovate geniali).

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Nominato l’uomo camaleonte dai giornali, è sfruttato dal cognato senza scrupoli che lo fa diventare un fenomeno da baraccone fino a quando la dottoressa Fletcher (Mia Farrow) prende a cuore il suo caso e, unica donna tra i luminari della psicologia, riesce a portarselo a casa per studiare il caso da vicino. Dopo mesi di interviste giornaliere, Leo-Allen ammette finalmente sotto ipnosi che la sua mimetizzazione avviene perché “è più sicuro essere come gli altri” e “desidera solo piacere alla gente.”

“It’s safe to be like the others” “I wanna be liked”

Con l’aiuto della Farrow, la sua condizione migliora e la redenzione dalla personalità “donabbondiana” lo fa pian piano diventare sicuro e fiero di essere se stesso. Tutto fila liscio fino al momento in cui alcune donne lo accusano di avere avuto rapporti sessuali con loro, rivendicano la paternità dei loro figli e, ovviamente, chiedono soldi allo smemorato. Spuntano, così, certificati di matrimonio e denunce di ogni tipo, perfino di aver dipinto una staccionata di un colore orribile mentre era sotto l’effetto della sua camaleontica personalità.

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L’America puritana insorge: tutto, ma non la bigamia! Ed una pacata signora membra dell’Associazione Cristiana afferma senza remore che Zelig dovrebbe addirittura essere linciato. “America’s a moral country, is a God fearing country.” Dice l’arzilla vecchietta, che non può non farmi ricordare di una recente campagna presidenziale.

Leonard vacilla e ammette di non ricordare. Ogni volta che si “camaleontizza” perde la coscienza di sé e non riesce a rammentarsi di niente. L’enorme pressione lo fa fuggire assecondando le sue qualità mimetiche. Viene avvistato in diverse parti del mondo, tra cui in Messico al seguito di un gruppo di cantanti mariachi, ma viene riconosciuto e ritrovato in Germania al momento dell’ascesa del nazionalsocialismo in veste di un militante tedesco, prima dell’atteso lieto fine.

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Zeilg è una commedia ben fatta, piena di cameo improbabili (solo per citarne alcuni: Al Capone, Charlie Chaplin, Joe DiMaggio, Charles Linbergh e perfino Hitler e il Papa) presi da filmati di repertorio e montati sorprendentemente ad arte se pensiamo alla tecnologia analogica degli anni 80, e con un Allen in grandissima forma che adotta una mimica alla Ridolini in perfetta sintonia con i filmati d’epoca.

Una film sulla pericolosità di dover piacere a tutti i costi e sull’essere sé stesso che vuole raffigurare il conformista perfetto abituato a compiacere gli altri a tal punto da diventarne identico, una caratteristica portata all’estremo dal regista, ma evidente peculiarità della nostra società occidentale-consumistica. Per la sua originalità, non ha solo dato il nome al noto programma televisivo, ma anche a una patologia psichiatrica sulla personalità trasformista chiamata Sindrome di Zelig.

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“Fu amato, poi odiato.” Dice uno degli intervistati nel film. “E poi fece ritorno in aereo capovolto e tutti lo amarono di nuovo. Questi erano gli anni venti, ma è poi cambiata così tanto l’America da quei tempi?”

Era il 1983, ma poteva essere benissimo il 2017.

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Casablanca

casablancaposter-goldScovai un vecchio DVD di Casablanca in aeroporto ad Atene a pochi euro e, incuriosito, decisi di affrontare Humprhey Bogart nella sua performance più conosciuta. Non l’avevo mai visto, ne avevo sempre sentito parlare e immaginavo un drammone romantico, strappalacrime e vomitevole. Mi sbagliavo completamente. Era il lontano 2007.

Il film comincia con una voce narrante che spiega il movimento degli esuli verso Casablanca: “Here the fortunate ones, through money or influence or luck, might obtain exit visas and scurry to Lisbon and from Lisbon to the New World. But the others wait in Casablanca, and wait and wait and wait…”

Humphrey Bogart è Rick Blaine proprietario del Rick’s Café al cui interno avvengono traffici di ogni tipo che ci vengono mostrati con una bella carrellata esplicativa. Rick è un uomo d’affari all’apparenza cinico ed egoista che si occupa solo del suo bar ed è completamente distaccato dalle sorti della guerra, il suo motto che ripete instancabile è: “I stick my neck out for nobody” che, all’epoca, mi ricordò il personaggio di Corto Maltese.

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I dialoghi sono sin dall’inizio avvincenti: tra i personaggi si crea costantemente un’alchimia parlata e una padronanza di linguaggio che sfocia in confronti mai urlati, anche nei momenti di più alta tensione drammatica. Le battute sono sagaci, ironiche e ben scritte, e rimangono tra le migliori e più replicate della storia del cinema.

Il film prende una piega romantica con l’arrivo del leader della resistenza Laszlo e di sua moglie Ilsa (Ingrid Bergman) senza però decadere in una stucchevole e prevedibile storia d’amore. I sentimenti dei protagonisti si intrigano in modo ineguagliabile, tanto che qualcuno ha perfino definito Casablanca l’archetipo dei drammi d’amore. Il personaggio della Bergman, poi, fa la gatta morta con stile e senza volgarità, lasciando soltanto all’immaginazione quello che avviene dietro le porte socchiuse della scenografia.

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I numerosi aneddoti su Casablanca sono diventati leggenda. Si narra che nessuno conoscesse la sceneggiatura del film e che la stessa Bergman non sapesse con quale uomo il suo personaggio sarebbe fuggito. La verità era che neanche gli sceneggiatori, i fratelli Epstain, sapevano come sarebbe andata a finire, scrivevano e riscrivevano la sceneggiatura di volta in volta, cercando di adattare il film ai continui cambiamenti degli eventi bellici e di dare una lettura politica alla realtà del tempo (basti pensare che al capo della polizia francese Louis Renault fu dato lo stesso nome del fondatore della nota casa automobilistica francese che durante la seconda guerra mondiale collaborò, o fu costretto a collaborare, con la Francia di Vichy).

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Anche il finale è avvolto dalla nebbia del mito, infatti sembra che gli Epstain non riuscissero a trovare una conclusione adeguata alla loro storia. Partorirono la famosa frase Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia” solo al termine del girato e la trovarono talmente appropriata che fu aggiunta in fase di montaggio e, anche se non fu mai recitata sul set, è diventata una delle citazioni più quotate della pellicola.

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Il film fu diretto da Michael Curtiz ed uscì nel 1942, ma fu girato l’anno prima, due anni dopo l’inizio della guerra mondiale e prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Nato come un esperimento a budget limitato, è considerato adesso un capolavoro della Hollywood anni 40, amato da appassionati e pietra miliare nella storia del cinema. Un film leggendario che riuscì a immortalare un personaggio secondario come Sam il pianista e la canzone As time goes by, regalando una fama inaspettata ad attori non protagonisti molti dei quali erano veramente fuggiti dall’Europa in guerra.

Image: FILE PHOTO: 70 Years Since The Casablanca World Premiere Casablanca

Casablanca rimane un classico da riscoprire e riguardare (preferibilmente in lingua originale in modo da evitare una traduzione italiana razzista e sventrata dai tagli di regime), un film che riesce a raccontare in parallelo i fatti che avvengono fuori dal grande schermo e descrivere una socialità affascinante e romantica con un retrogusto di sigarette senza filtro, quando il fumo faceva parte dell’atmosfera magica del cinema.

 

Paterson

paterson1Con Paterson, Jim Jarmusch fa una dichiarazione d’amore alla poesia in tutti i suoi aspetti scrivendo e dirigendo un film dove non succede un granché, ma questa staticità ammalia e rilassa, e diventa la bellezza suprema della pellicola.

Paterson (il nome non viene mai detto) è un autista di pullman della omonima città di Paterson in New Jersey, un amante della poesia, del poeta William Carlos Williams e poeta lui stesso. La sua vita scorre con leggerezza tra i turni alla compagnia degli autobus, le passeggiate con il cane e la birra nel bar locale, senza che la ripetitiva quotidianità intacchi o pregiudichi la sua passione: scrivere poesie su un taccuino.

Il protagonista è interpretato da Adam Driver (probabilmente ha ottenuto la parte grazie alle sue generalità anagrafiche) che asseconda il suo personaggio con una recitazione taciturna e naturale, impersonificando un moderno osservatore della realtà che coglie il tratto poetico della routine dove perfino i fiammiferi dalla punta blu con la scritta a megafono ispirano il protagonista.

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Il personaggio della bella moglie Laura dalla vivacità che a volte risulta insopportabile, si interseca, però, benissimo con la personalità del protagonista maschile, esprimendo con disinvoltura il suo instabile amore per le decorazioni in bianco e nero e  le sue passioni istintive, ed è anche l’unica che fa pressioni per vedere le poesie di Paterson pubblicate.

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Nel vecchio film Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Omar Sharif spiegava che la lentezza è la ricetta della felicità e Paterson abbraccia una lentezza divenuta rara al cinema, una lentezza che fa sussultare gli spettatori spazientiti sulle poltroncine, ormai abituati a produzioni di film d’azione dove tutto si muove, perfino la macchina da presa che invece di trasmettere la sensazione del movimento, fa venire i conati di vomito e non si vede una mazza.

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Il viaggio di Jim Jarmush nella vita di Paterson è gradevole e pacato, con le poesie che vengono scritte in lingua originale sul grande schermo (composte dal poeta americano Ron Padgett), e solo il personaggio del turista giapponese è eccessivo ed entra troppo a forza nella sceneggiatura, ma è l’unica nota stonata di un film che scivola via sognante e un po’ surreale con i dialoghi distillati e centellinati, dove la poesia in versi liberi prende forma nella quotidianità e invoglia a cercarla, o almeno a rendersi conto che esiste ovunque intorno a noi.

Il cittadino illustre

posterL’apertura de Il cittadino illustre è magnifica: Daniel Mantovani, scrittore argentino emigrato in Europa, è insignito del premio Nobel per la letteratura e il suo discorso di ringraziamento di fronte all’Accademia di Stoccolma è da brivido:

“Ho la forte convinzione che questo tipo di riconoscimento unanime è sempre, direttamente e inequivocabilmente, connesso al declino di un artista. Questa onorificenza rivela che la mia opera coincide con i gusti, e anche le necessità, dei giurati, degli specialisti, degli accademici e dei reali. Evidentemente io sono l’artista più comodo per loro, e questa comodità non ha molto a che vedere con lo spirito che dovrebbe avere ogni aspetto artistico. L’artista deve domandare, deve scuotere, per questo provo disagio per la mia canonizzazione finale come artista. (…) tuttavia: il puro orgoglio mi spinge ora, ipocritamente, a ringraziarvi per aver provocato la fine della mia avventura creativa, però per favore , non voglio che per questo pensiate che do la responsabilità a voi, non è affatto così. In realtà c’è un unico responsabile, e quello sono io.”

Se Bob Dylan fosse ancora titubante a ritirare il Nobel, dovrebbe assolutamente vedere Il cittadino illustre e prendere spunto da questo discorso che racchiude in pochi minuti tutta l’essenza perbenista del riconoscimento.

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La storia prosegue con una fotografia semplice e un girato in digitale che dà l’impressione di trovarsi in un documentario oppure in un programma di una televisione locale, mentre le immagini si occupano con cura di mettere in luce la desolazione del paesino di Salas e le sue strade architettonicamente aride, dipingendo un ritratto della provincia, dei suoi vizi e delle sue abitudini, da cui lo scrittore Daniel Mantovani è fuggito anni addietro, ma da cui ha preso ispirazione per scrivere tutti i suoi libri di successo.

Alcune trovate risultano eccessivamente televisive, tipo la cartina dove viene indicata l’ubicazione di Salas in Argentina, ma i due registi Gastòn Duprat e Mariano Cohn hanno una lunga esperienza di lavoro in TV e questo giustifica in parte la loro opera, realizzando un film drammatico e comico (così dice almeno la scheda del film) in cui si ride a denti stretti con una tensione di fondo che sovrasta l’ironica drammaticità delle atmosfere della pellicola, e che fa prevedere un finale assai cupo.

Il volto di Daniel Mantovani è quella dell’attore Oscar Martinez che interpreta in modo eccellente lo scrittore argentino in viaggio nelle suo paese natale, consentendogli di vincere la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

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Il film  è suddiviso in quattro capitoli e questo stratagemma ammiccante fa nascere il dubbio che quello che vediamo non sia la visita di Daniel a Salas, ma uno dei suoi numerosi libri ambientati nel paesino, mentre il finale, perfettamente costruito nei dettagli (il vestito scuro della segretaria Nuria, i fiori bianchi, le teiere), è rovinato dalla rivelazione della verità scaturita da una domanda di un giornalista.

Per concludere, Il cittadino illustre è il film candidato agli Oscar 2017 per l’Argentina e ci sono buone probabilità che lo vinca, e se questo accadesse, sarebbe bello vedere i registi ripetere lo stesso discorso di apertura, alla premiazione degli Academy Awards. In questo modo sarebbe il primo lungometraggio capace di prevedere il futuro (anche se l’Oscar non è il Nobel), autocelebrativo e pure un po’ gufo.

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Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia

sausageSausage Party – Vita segreta di una salsiccia è la nuova fatica della Pixar e, come indicato dal logo per la tutela dei minori, non è un film per bambini, a meno che non vogliate che i vostri figli diventino vegani o atei, se invece questo è il vostro obiettivo, comprate pure il DVD e guardatelo ogni volta che vi viene voglia di andare in chiesa.

Immaginare che le cose inanimate abbiano un’anima è da sempre una fantasia umana che ha trovato spazio nelle fiabe e nei racconti popolari, ma è diventato vivido e tangibile con il cinema, specialmente in quello d’animazione, basti ricordare Toy Story, capostipite dei film realizzati al computer e portatore sano dello stesso tema di Sausage Party.

Il film inizia nel supermercato di Shopwell dove ogni mattina, all’atto dell’apertura del negozio, pannocchie, wurstel ,confetture, barattoli e tutti gli altri prodotti commestibili cantano ed intonano odi agli umani, che loro chiamano gli dèi, per essere scelti e portati nel Grande Oltre, un luogo paradisiaco in cui, si narra, saranno vezzeggiati e coccolati per sempre.

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I due protagonisti Frank, il wurstel, e Brenda, un panino da hot dog, sono da sempre vicini di confezione e hanno una storia d’amore non consumata, per ovvie ragioni, ma sperano di essere scelti insieme così da poter finalmente coronare il loro sogno d’amore, una volta nel Grande Oltre. Quando questo accade, un incidente nelle corsie del supermercato impedirà loro di raggiungere l’uscita e li costringe ad un percorso interiore ed esteriore in cui le personalità dei due personaggi principali iniziano a contrapporsi: scoprire la verità da un lato e obbedire ciecamente alle regole, dall’altro.

Il chiaro richiamo alle religioni è esilarante e si enfatizzano e ridicolizzano i comportamenti estremi. L’idea dello sceneggiatore di suggerire una creazione delle religioni da parte umana è evidente, e frasi del tipo: “dobbiamo fare la volontà degli dèi e non possiamo fare ciò che vogliamo” oppure “gli dèi ce l’hanno con noi per quello che abbiamo fatto” ci fanno ricordare come il paganesimo e la superstizione siano ancora presenti nelle religioni e nella quotidianità odierna. La rivelazione che fa riflettere infatti arriva a metà film: il concetto del Grande Oltre è stato inventato da Acquavite, Twink e Mr Grits, tre prodotti “immortali” che non hanno data di scadenza, per eludere la paura primordiale degli alimenti di andare incontro al loro triste destino: essere divorati.

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Nella catarsi filmica, in cui i generi alimentari insorgono contro gli umani, è difficile solidarizzare con la banda dei ribelli che, essenzialmente, combattono la loro natura di cibo per gli dèi, ma fa sorridere per le trovate sceniche la grande festa per la loro libertà ritrovata, che viene celebrata con una grande festa sessuale.

Se il film fosse finito qui, sarebbe un interessante punto di vista, ma l’epilogo mette in discussione tutto quello che è stato raccontato in 89 minuti di celluloide (ormai non più), trasformando la natura rivoluzionaria del film in una semplice ammissione di fiction: Kill your idol anyway it’s just fiction!

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Into the Inferno

 

into_the_inferno-movie-posterIl Lago Toba in Indonesia è il più grande lago vulcanico sulla Terra. 74mila anni fa actually era un supervulcano, che ovviamente esplose ssspPPEEM! PPEEM forte e chiaro! Un’eruzione mostruosa: 15.000 chilometri cubici di ceneri e pomice sparati fin sulla stratosfera e diffusi wordlwide. I cieli si annerirono per decenni: fu un’esplosione 10.000 volte più potente del St.Helens nel ‘80, 100.000 volte più  dell’Eyjafjallajökull in Islanda.
Le conseguenze dell’esplosione furono il totale annichilimento della fascia tropicale e la scomparsa dell’Europa sotto una coltre di ghiacci, e fu la causa principale dell’estinzione di molte specie. Ci mancò tanto così dal rimanerci secchi tutti quanti. Sulla Terra rimasero forse meno di 600 esemplari di Homo sapiens sapiens concentrati nei rifts dell’Etiopia.
Beh, che privilegio decidere di prendere due cameraman e un elicottero e volare alle Antille a fare un documentario sulle passioni più ancestrali dell’animo umano: la natura selvaggia, i vulcani, l’uomo preistorico, la nascita delle religioni. E’ questo soprattutto che si ammira in Herzog, oltre al fatto che è un signò reggista.

 

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Eppure anche stavolta i vulcani sono un pretesto perché a lui interessano i freaks, i fenomeni di baraccone, le persone avvitate su stesse, irrimediabilmente divorate da un’ossessione. Proprio come Grizzly Man, l’uomo che viveva con gli orsi e fu divorato da questi (documentario CAPOLAVORO ASSOLUTO EVER). Werner Herzog è uno che finisce su un’isola de la Soufriere, mentre il vulcano la sta per cancellare dalle carte geografiche, e son già state evacuate 70mila persone, solo per parlare con l’unico personaggio che ha deciso di restare. Herzog è questo. Sempre.
Stavolta Wernerone riesce a trovare devoti del culto di Jon Frum (sulle isole Vanuatu si venera un militare americano apparso durante la seconda guerra mondiale, che vive nelle viscere del vulcano, e tornerà a portarci la salvazione: jon Frum), i coniugi Kraft, vulcanologi che quasi camminavano dentro le colate laviche e giustamente a un certo punto ci son rimasti secchi.

Poi si vola in Corea del Nord, c’è un vulcano stenterello pure lì, ma non importa: in 10 minuti questo Paese viene spiegato meglio di tutte le inchieste o libri letti finora.
INTO THE INFERNO. DA VEDERE ASSOLUTAMENTE e da accompagnare a DIAMANTE BIANCO, altro documentario di Herzog su un costruttore di dirigibili che sorvola la foresta pluviale ad altezza chioma. Sembra una cosa tranquilla, e invece no, perché  E’ OSSESSIONATO PURE LUI.

 

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Sing Street

sing_street_posterJohn Carney ritorna sugli schermi con un’altra commedia musicale, Sing Street, dopo Once e Tutto può cambiare, e si getta in una ricostruzione degli anni 80 scapigliata e colorata, con il profumo della ribellione giovanile spruzzata con la musica e la lacca per capelli.

Dublino 1985, Conor, secondogenito di una famiglia benestante, viene trasferito in una scuola pubblica cattolica a causa delle ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, l’istituto dei fratelli cristiani di Synge Street. Qui tra bulli e spintoni finisce per fare amicizia con Darren, con il quale all’uscita di scuola, rimane folgorato da Raphina che vive di fronte all’istituto. Lei non parla mai con nessuno, ma Conor, illuminato dalla sua bellezza, attraversa la strada e attacca bottone con sfrontatezza.  Raphina dice di essere una modella che presto partirà per Londra e da questa sua affermazione nasce l’avventura mentale che partorisce il film.

Conor finge di essere il leader di una band e la invita ad essere la protagonista del video che hanno intenzione di girare. Raphina accetta costringendo così Conor e Darren ad andare alla ricerca di musicisti per formare realmente una band e cominciare un viaggio musicale e sentimentale che si snoderà per tutta la durata del film.

In tutto questo, il fratello maggiore Brendan diventa il mentore che traghetta il giovane e musicalmente inesperto Conor nel mondo del rock. Bellissima la frase con cui gli spiega che non bisogna saper suonare:Do the Sex Pistols know how to play? You need to learn how not to play, Conor, that’s the trick, that’s rock’n’roll, and that takes practice.”

La nemesi principale del protagonista è il preside dell’istituto cattolico, padre Baxter, che costringerà Conor a togliere le sue uniche scarpe marroni perché non congrue all’abbigliamento scolastico mentre dopo la svolta rock, lo obbligherà con violenza a rimuovere il trucco che si era messo per assomigliare ai suoi idoli musicali.

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La fuga a Londra è l’atteso lieto fine che era nell’aria già dall’inizio della pellicola. A parte le belle musiche, Sing Street ricrea perfettamente l’atmosfera della Dublino anni 80 quando la città assomigliava ad un’immensa e sgarrupata periferia piuttosto che alla capitale costosa e multiculturale che è adesso, e  l’emigrazione in Inghilterra era la triste normalità quotidiana.

Per l’arrangiamento delle musiche, John Carney ha collaborato con il musicista scozzese Gary Clark che ha suonato e composto diverse canzoni negli anni 80. Insieme, sono riusciti a dare un tocco realista alle canzoni della band, componendo una musica pantagruelica ed eclettica che ben si adatta alle giacche colorate, talvolta perfino troppo complicate per un gruppo di adolescenti che nel loro primo pezzo se ne escono con una linea di basso slappato e un ritmo preciso e pulito.

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Una curiosità, gli interpreti sono tutti giovani e talentuosi musicisti semi professionisti  e la leggenda narra che hanno dovuto fare diverse tentativi per far risultare la loro prima prova nel film, stonata.

Una chicca da gustare con tutte le membra l’esilarante la scena in cui Conor canta la canzone Brown Shoes al concerto della scuola di fronte ad un furioso padre Baxter, in cui le scarpe marroni diventano un inno alla libertà di espressione ed alla diversità:

So who the hell are you, to tell me what to do/ You wear a dress and you tell me not to wear brown shoes

I giovani attori sono al momento in tournée e non vediamo l’ora di comprare il CD della colonna sonora.

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Julieta

julietaDopo una deriva un po’ grottesca con Gli amanti passeggeri , Pedro Almodovar ritorna ad occuparsi di donne, e lo fa con una capigliatura anni 80 alla Donatella Rettore, i colori pastello delle minigonne di Adriana Ugarte, e con la matura e sofferente Emma Suarez: entrambe sono Julieta, una donna che ha un passato doloroso che ritorna casualmente, e come tutti i passati dolorosi, riporta alla luce ferite aperte che si credevano guarite.

La trama: Julieta sta per trasferirsi in Portogallo insieme allo scrittore Lorenzo Gentile, ma un incontro casuale con Beatriz, l’amica di infanzia della figlia, la catapulta in un passato che pensava di essersi lasciata alle spalle e decide, pertanto, di non partire, rifiutando di dare spiegazioni al suo compagno. Il comprensivo Lorenzo, con il suo poderoso accento argentino, è magnifico e incarna egregiamente l’amante perfetto: se ne va senza fare domande, lontano dai drammi della gelosia.

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Julieta affitta, allora, una stanza nello stesso condominio che aveva lasciato anni prima e si abbandona alla scrittura di un diario da cui traspira una triste storia di abbandono filiale.

La storia fatta di flashback ci riporta su un treno dove una giovane Julieta – Adriana Ugarte fa la prima conoscenza di Xoan un pescatore del nord, con il quale passa una notte d’amore. Mesi dopo, si trasferisce nel paese di Xoan dove incontra due personaggi con cui instaurerà dei legami cinematograficamente importanti, la divina Rossy de Palma nei panni della governante Marian e Inma Cuesta che interpreta Ava, un’artista, amica e amante part-time di Xoan.

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Dalla relazione con Xoan, nasce Antìa, molto legata al padre. L’improvvisa morte di Xoan mentre Antìa è lontana da casa, la porta ad accudire la madre depressa per la perdita del compagno, ma dopo che Julieta si è ristabilita, abbandona il tetto materno per un ritiro spirituale e scompare per sempre.

I ricordi affliggono Julieta che vagando a zonzo per Madrid, incontra di nuovo Beatriz. Bea le confida che il legame con sua figlia ai tempi dell’adolescenza era molto di più di una semplice amicizia e che durante l’incontro di alcuni mesi prima, Antìa aveva fatto finta di non riconoscerla mentre era con i suoi tre figli.

Julieta, stordita, continua il suo vagare senza meta e improvvisamente tenta il suicidio gettandosi nel traffico di Madrid, mentre dall’altra parte della strada, Lorenzo, di ritorno in città, assiste alla scena.

Il film si risolve con una rivincita del karma proprio nel momento in cui Julieta rinuncia di nuovo alla ricerca della figlia e con una riflessione sul senso di colpa, filo rosso che unisce i personaggi femminili della pellicola.

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Per la stesura di Julieta, Almodovar ha affermato di essersi ispirato a tre racconti di Alice Monroe, e forse per questo la storia non scorre come dovrebbe, ma  la genialità del regista si sublima comunque nella scena in cui Antìa e Bea asciugano la testa ad una depressa Adriana Ugarte e nel momento in cui scostano la salvietta, Julieta ha la faccia della più matura Emma Suarez.

Per il resto, i dialoghi mai sbagliati e i colori caldi e accesi che caratterizzano la maggior parte dei film del regista spagnolo, sono ancora i protagonisti indiscussi insieme all’umanità, con le sue debolezze e i suoi giochi d’amore. Anche se la narrazione stenta ad adattarsi alla bellezza delle inquadrature e del girato, Julieta rimane una piacevole passeggiata raccontata da un grande regista.

Io, Daniel Blake

i-daniel-blakeNel film vincitore della Palma d’oro a Cannes, Daniel Blake, carpentiere di Newcastle, si ritrova a combattere una frustrante battaglia contro la burocrazia per ottenere un sussidio e riuscire a sopravvivere dopo un infarto. Durante uno di questi appuntamenti kafkiani incontra Katie, madre single spedita come un pacco a Newcastle da Londra, e tra i due scatta quel meccanismo per cui aiutare gli altri distrae e anestetizza dalle proprie tragedie.

Nonostante l’ambientazione e le chiare intenzioni di Ken Loach nei confronti del sistema sociale britannico, il tema, i personaggi, le situazioni quotidiane di ordinaria povertà sono rese perfettamente universali (chi non si è mai ritrovato appeso per ore al vivavoce in attesa della risposta di un call center istituzionale) grazie alla scrematura scientifica di ogni sovrappiù. Ancor più che nel finale, l’unico elemento con cui lo spettatore viene colpito allo stomaco è proprio la crudezza della fame, e mai grazie a colpi di scena sentimentali o vorticosi. Ambientato in case umili e uffici asettici, quelle rare volte in cui la camera esce sugli esterni urbani questi diventano ancora più grigi e meno accoglienti degli interni in cui ci si torna subito a rifugiare. Lo sguardo rimane fermo senza distrazioni sui due protagonisti, interpretati da Dave Johns e Hayley Squires, due volti ‘comuni’ della scena artistica anglosassone, che hanno accettato uno di abbandonare gli usuali panni di comico e l’altra di girare le scene in ordine cronologico senza conoscere il copione delle successive.

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Il tocco di amara ironia del film viene offerto senza sforzi di immaginazione dalla descrizione magistrale dei meccanismi istituzionali, talmente illogici da strappare un sorriso. I ‘cattivi’ sono quelli che dovrebbero aiutare e che, a guardarli bene, sono più impacciati dei ‘buoni’, barricati come restano dietro alle loro risposte automatiche a cui nemmeno loro sanno dare una spiegazione. Quei pochi che si ribellano mostrando le crepe del sistema, come l’impiegata Ann, vengono subito ammoniti per il loro comportamento inammissibile e diventano dei coraggiosi contrabbandieri di umanità. In una società dove le soluzioni più concrete arrivano dall’illegalità, tutto è in vendita senza falsi moralismi, ad eccezione della dignità creativa con cui ognuno cerca di decorare la propria realtà desolante, come fa Daniel con i suoi pesci di legno. Da tutto ciò è già contaminato anche lo sguardo dei bambini, costretti ad abbandonare il proprio mondo pur di avere un tetto, e che come gli adulti un po’ si alienano (“se gli altri non lo ascoltano, perché lui dovrebbe ascolatre gli altri”), un po’ aderiscono a quella solidarietà sotterranea che è l’unica soluzione possibile e non sempre salvifica (“se tu hai aiutato noi, perché noi non possiamo aiutare te”).

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Café Society

 

cafe-societyCafé Society, un altro film ben fatto di Woody Allen con una fotografia accattivante, dai ritmi leggeri, piacevoli e coinvolgenti. Narrato come un’improvvisazione di jazz sincopata, ha una struttura che non cade mai nella banalità, e lo spettatore che resta in attesa di qualcosa di scontato, rimane costantemente deluso.

I dialoghi sono ben costruiti e i personaggi hanno il linguaggio dell’epoca:  gli uomini parlano di matrimonio e le donne non ne sono spaventate, al contrario, la moda e gli ambienti strizzano un po’ troppo l’occhio agli anni sessanta,  specialmente i vestitini corti di Vonnie ed alcuni interni nella California dello zio Phil.

Veronica “Vonnie” è interpretata da Kristen Stewart  e questo mi  fa pensare che il buon vecchio Woody l’abbia voluta per i suoi trascorsi nella serie Twilight nella quale si divideva tra i due protagonisti maschili, cosa che fa altrettanto bene in Café Society dove si sforza perfino di sorridere.

Il protagonista Bob Dorfman ricorda un Woody Allen giovane, forse un po’ meno ironico, ma più sorridente. Bob è timido ed insicuro nella prima parte del film, ma diventa più spavaldo dopo il suo ritorno a New York quando viene arruolato dal fratello gangster per gestire il suo night club piuttosto equivoco. I due fratelli trasformano il vecchio Club Hangover  in un esclusivo café frequentato da  gente famosa ed in vista, compresi politici e burocrati.

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L’arrivo di Vonnie a New York scombussolerà la sua routine di manager fatta di strette di mano e pacche sulle spalle, ma il finale, bellissimo nella sua semplicità, risolve un film che non tradisce mai tensione o mal di vivere, facendo rimanere il sogno nella sua naturale dimensione onirica.

Café Society non è un film che colpisce, ma un film che accarezza.