Allied -Un’ombra nascosta

Non starò qui a dirvi che da perfetta rappresentante del gentil sesso, in sala per Allied ci sono entrata con il preciso obiettivo di rendermi conto, in una scala da 1 a 10, quanto Brad Pitt ne uscisse cornuto e mazziato. Per tutto il resto ho dovuto fare per qualche secondo mente locale su chi erano i buoni e i cattivi, gli inglesi, i tedeschi e i francesi in una Casablanca così glamour che, oltre al gossip, anche i bellissimi costumi ispirati all’omonima pellicola del 1942 mi hanno fatto perdere la concentrazione.

53413Ma nonostante tutte le distrazioni, l’intrigo è facile da ricostruire: Max Vatan (Brad Pitt) è una spia canadese al servizio di Sua Maestà che viene letteralmente spedito a Casablanca dove deve incontrare Marianne Beauséjour (Marion Cotillard), collega francese, di cui fingersi il marito e con cui assassinare un ambasciatore tedesco. L’operazione riesce così bene che nella fuga – misteriosamente indisturbata – ci scappa pure la proposta di matrimonio vero e i due piccioncini si stabiliscono a Londra, dove vivono felici tra un bombardamento e un altro finché Max non viene convocato dalla temibile Sezione V. La comunicazione che gli viene fatta è cosa nota: se nel giro di poche ore non viene smentito il dubbio che sua moglie sia una spia tedesca, sarà lui stesso a doverla uccidere.

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Effettivamente quanto di storico c’è nel diciottesimo film diretto da Robert Zemeckis serve solo da cornice. La vicenda non ha nessun riferimento documentato e pare sia nata da un racconto presumibilmente vero che la fidanzata inglese aveva fatto all’allora ventenne Steven Knight, che poi diventato sceneggiatore non ha mai dimenticato quella storia di spie così cinematografica. In molti hanno evidenziato una certa mancanza di accuratezza nei dettagli storici, tra uniformi, aerei e bombardamenti sbagliati, spie professioniste che si fingono parigine con l’accento canadese e perfino padelle e maniglie inesistenti a quell’epoca, ma dopo tutto il vero tema di Allied è più antico della seconda guerra mondiale ed è l’eterno binomio amore/dubbio.

Dubbio che viene istillato sapientemente e con dosato equilibrio per tutta la seconda metà del film, mentre la guerra diventa sempre più solo il lontano scenario di una struggente vicenda sentimentale. Da una parte il marito-che-tutte-vorrebbero Max che si fa in quattro per dimostrare l’innocenza della moglie. Dall’altra la moglie e madre Marianne che lentamente dismette i panni di femme fatale ed è sempre meno brava a fingere travolta dai quei sentimenti che tanto bene riusciva a congelare al caldo di Casablanca. A questo punto qualunque donna come me, entrata in sala solo per difendere il povero Brad, si ritrova davanti alle vere sorprese del film.

Innanzi tutto chiunque con un minimo di senso critico deve ammettere che, se pur mantenendo tutto il suo fascino, il bel cinquantenne vive di rendita e si può permettere la stessa espressione-da-Brad-Pitt per tutto il film, non importa se stia facendo uno squillo a casa per dire che ritarda inventandosi balle (situazione ordinaria) o se debba rispondere al telefono di casa mentre lei gli si è infilata sotto le lenzuola e lui sa benissimo che l’attesa telefonata serve a scoprire se lei è una spia o no (situazione decisamente molto meno ordinaria).

La seconda sorpresa è che nessuno vince o perde davvero, come ci si aspetterebbe, e se c’è una figura che viene elogiata con tragica delicatezza è proprio quella femminile. L’ombra c’è, ma nel delicato equilibrio di luci e oscurità della vita di una donna, spia o non spia che sia, quello che c’è da tenere nascosto è quello che in altre storie sarebbe dato per scontato.

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