Casablanca

casablancaposter-goldScovai un vecchio DVD di Casablanca in aeroporto ad Atene a pochi euro e, incuriosito, decisi di affrontare Humprhey Bogart nella sua performance più conosciuta. Non l’avevo mai visto, ne avevo sempre sentito parlare e immaginavo un drammone romantico, strappalacrime e vomitevole. Mi sbagliavo completamente. Era il lontano 2007.

Il film comincia con una voce narrante che spiega il movimento degli esuli verso Casablanca: “Here the fortunate ones, through money or influence or luck, might obtain exit visas and scurry to Lisbon and from Lisbon to the New World. But the others wait in Casablanca, and wait and wait and wait…”

Humphrey Bogart è Rick Blaine proprietario del Rick’s Café al cui interno avvengono traffici di ogni tipo che ci vengono mostrati con una bella carrellata esplicativa. Rick è un uomo d’affari all’apparenza cinico ed egoista che si occupa solo del suo bar ed è completamente distaccato dalle sorti della guerra, il suo motto che ripete instancabile è: “I stick my neck out for nobody” che, all’epoca, mi ricordò il personaggio di Corto Maltese.

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I dialoghi sono sin dall’inizio avvincenti: tra i personaggi si crea costantemente un’alchimia parlata e una padronanza di linguaggio che sfocia in confronti mai urlati, anche nei momenti di più alta tensione drammatica. Le battute sono sagaci, ironiche e ben scritte, e rimangono tra le migliori e più replicate della storia del cinema.

Il film prende una piega romantica con l’arrivo del leader della resistenza Laszlo e di sua moglie Ilsa (Ingrid Bergman) senza però decadere in una stucchevole e prevedibile storia d’amore. I sentimenti dei protagonisti si intrigano in modo ineguagliabile, tanto che qualcuno ha perfino definito Casablanca l’archetipo dei drammi d’amore. Il personaggio della Bergman, poi, fa la gatta morta con stile e senza volgarità, lasciando soltanto all’immaginazione quello che avviene dietro le porte socchiuse della scenografia.

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I numerosi aneddoti su Casablanca sono diventati leggenda. Si narra che nessuno conoscesse la sceneggiatura del film e che la stessa Bergman non sapesse con quale uomo il suo personaggio sarebbe fuggito. La verità era che neanche gli sceneggiatori, i fratelli Epstain, sapevano come sarebbe andata a finire, scrivevano e riscrivevano la sceneggiatura di volta in volta, cercando di adattare il film ai continui cambiamenti degli eventi bellici e di dare una lettura politica alla realtà del tempo (basti pensare che al capo della polizia francese Louis Renault fu dato lo stesso nome del fondatore della nota casa automobilistica francese che durante la seconda guerra mondiale collaborò, o fu costretto a collaborare, con la Francia di Vichy).

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Anche il finale è avvolto dalla nebbia del mito, infatti sembra che gli Epstain non riuscissero a trovare una conclusione adeguata alla loro storia. Partorirono la famosa frase Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia” solo al termine del girato e la trovarono talmente appropriata che fu aggiunta in fase di montaggio e, anche se non fu mai recitata sul set, è diventata una delle citazioni più quotate della pellicola.

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Il film fu diretto da Michael Curtiz ed uscì nel 1942, ma fu girato l’anno prima, due anni dopo l’inizio della guerra mondiale e prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Nato come un esperimento a budget limitato, è considerato adesso un capolavoro della Hollywood anni 40, amato da appassionati e pietra miliare nella storia del cinema. Un film leggendario che riuscì a immortalare un personaggio secondario come Sam il pianista e la canzone As time goes by, regalando una fama inaspettata ad attori non protagonisti molti dei quali erano veramente fuggiti dall’Europa in guerra.

Image: FILE PHOTO: 70 Years Since The Casablanca World Premiere Casablanca

Casablanca rimane un classico da riscoprire e riguardare (preferibilmente in lingua originale in modo da evitare una traduzione italiana razzista e sventrata dai tagli di regime), un film che riesce a raccontare in parallelo i fatti che avvengono fuori dal grande schermo e descrivere una socialità affascinante e romantica con un retrogusto di sigarette senza filtro, quando il fumo faceva parte dell’atmosfera magica del cinema.

 

Allied -Un’ombra nascosta

Non starò qui a dirvi che da perfetta rappresentante del gentil sesso, in sala per Allied ci sono entrata con il preciso obiettivo di rendermi conto, in una scala da 1 a 10, quanto Brad Pitt ne uscisse cornuto e mazziato. Per tutto il resto ho dovuto fare per qualche secondo mente locale su chi erano i buoni e i cattivi, gli inglesi, i tedeschi e i francesi in una Casablanca così glamour che, oltre al gossip, anche i bellissimi costumi ispirati all’omonima pellicola del 1942 mi hanno fatto perdere la concentrazione.

53413Ma nonostante tutte le distrazioni, l’intrigo è facile da ricostruire: Max Vatan (Brad Pitt) è una spia canadese al servizio di Sua Maestà che viene letteralmente spedito a Casablanca dove deve incontrare Marianne Beauséjour (Marion Cotillard), collega francese, di cui fingersi il marito e con cui assassinare un ambasciatore tedesco. L’operazione riesce così bene che nella fuga – misteriosamente indisturbata – ci scappa pure la proposta di matrimonio vero e i due piccioncini si stabiliscono a Londra, dove vivono felici tra un bombardamento e un altro finché Max non viene convocato dalla temibile Sezione V. La comunicazione che gli viene fatta è cosa nota: se nel giro di poche ore non viene smentito il dubbio che sua moglie sia una spia tedesca, sarà lui stesso a doverla uccidere.

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Effettivamente quanto di storico c’è nel diciottesimo film diretto da Robert Zemeckis serve solo da cornice. La vicenda non ha nessun riferimento documentato e pare sia nata da un racconto presumibilmente vero che la fidanzata inglese aveva fatto all’allora ventenne Steven Knight, che poi diventato sceneggiatore non ha mai dimenticato quella storia di spie così cinematografica. In molti hanno evidenziato una certa mancanza di accuratezza nei dettagli storici, tra uniformi, aerei e bombardamenti sbagliati, spie professioniste che si fingono parigine con l’accento canadese e perfino padelle e maniglie inesistenti a quell’epoca, ma dopo tutto il vero tema di Allied è più antico della seconda guerra mondiale ed è l’eterno binomio amore/dubbio.

Dubbio che viene istillato sapientemente e con dosato equilibrio per tutta la seconda metà del film, mentre la guerra diventa sempre più solo il lontano scenario di una struggente vicenda sentimentale. Da una parte il marito-che-tutte-vorrebbero Max che si fa in quattro per dimostrare l’innocenza della moglie. Dall’altra la moglie e madre Marianne che lentamente dismette i panni di femme fatale ed è sempre meno brava a fingere travolta dai quei sentimenti che tanto bene riusciva a congelare al caldo di Casablanca. A questo punto qualunque donna come me, entrata in sala solo per difendere il povero Brad, si ritrova davanti alle vere sorprese del film.

Innanzi tutto chiunque con un minimo di senso critico deve ammettere che, se pur mantenendo tutto il suo fascino, il bel cinquantenne vive di rendita e si può permettere la stessa espressione-da-Brad-Pitt per tutto il film, non importa se stia facendo uno squillo a casa per dire che ritarda inventandosi balle (situazione ordinaria) o se debba rispondere al telefono di casa mentre lei gli si è infilata sotto le lenzuola e lui sa benissimo che l’attesa telefonata serve a scoprire se lei è una spia o no (situazione decisamente molto meno ordinaria).

La seconda sorpresa è che nessuno vince o perde davvero, come ci si aspetterebbe, e se c’è una figura che viene elogiata con tragica delicatezza è proprio quella femminile. L’ombra c’è, ma nel delicato equilibrio di luci e oscurità della vita di una donna, spia o non spia che sia, quello che c’è da tenere nascosto è quello che in altre storie sarebbe dato per scontato.

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The Man from the Earth – L’Uomo che venne dalla Terra

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Dopo 10 anni di brillante insegnamento universitario, Fulvio Oldman, inaspettatamente, molla la cattedra di docente, e si mette a impacchettare le sue cose (tra cui un bulino del paleolitico e un Van Gogh originale con dedica). Quand’ecco che colleghi & amici montano a sorpresa una festa di “despedida”.
“Ma perché te ne vai? Ma che senso ha?” questa fondamentalmente la domanda che aleggia nel gruppo. Fulvio, dopo aver tentato sviare l’argomento varie volte, utilizzando le sue sapienti doti affabulatorie, alla fine, intrigato, vuota il sacco:
“Sono un uomo di Cro-Magnon, sto al mondo da 14mila anni….ogni 10anni mi sposto….è che fondamentalmente non mi riesce invecchiare”.
Ed è subito invidia. Ed è subito sgomento.
In fondo la scienza ci insegna che certi tessuti umani riescono a rigenerarsi e a rimanere in piena efficienza per tutta l’esistenza dell’individuo. Come se fossero stati appena messi al mondo. Beh…e se magri a qualcuno fosse…. e se, per qualche strana coincidenza, ogni tanto nascesse un esemplare in grado di non invecchiare mai? E se fossero più di uno?

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E qui la scocca la scintilla che mette in moto il film intero. Un film “da fermo”, che attiva l’immaginazione dello spettatore e la lascia andare via. Come le riflessioni sulla percezione del tempo e dello spazio:
“Dove sei nato?”
“Booh…son passati 14mila anni, a volte non ricordo nemmeno dove ho parcheggiato la macchina la sera prima. E’ cambiato tutto, dove sono nato io probabilmente adesso ci sono 30metri di oceano, oppure cèppieno di LIDL e Ipecoop”.
“E allora dov’eri nel 1265?”
“Vai, eccone un’altra, e te dov’eri esattamente un anno fa a quest’ora? Non è che siccome ho 14mila anni, riesco a ricordare tutto quanto”.
“Come fai a sapere che sei un Cro-Magnon?”
“Quando lo ero non lo sapevo di certo. Solo molti millenni dopo ho scoperto che un archeologo ci chiamava così”
“Se adesso ti sparassi, tu moriresti?”
“E certo che morirei, sono sono molto anziano, mica immortale!”
Scopriremo un Fulvio di Cro-Magnon, costretto a spostarsi costantemente perchè temuto dagli altri membri del gruppo (la mitopoiesi del Vampiro Immortale che succhia la linfa dagli altri), un Fulvio Sumero alla corte di Hammurabi (“Era davvero un tipo a posto”), un Fulvio discepolo del Buddha, e alcuni secoli dopo un Fulvio in Palestina (e qui per ovvie ragioni di spoiler che non stiamo qui a tratteggiare ci sarà un colpo di scena ).
Epocale la frase “A quei tempi, viaggiando tra Oriente e Occidente, incappavo in una quantità di miti e distorsioni dei fatti tali, avvenuti anche solo  poco tempo prima, che alla fine ha cominciato a volteggiarmi in testa il sospetto che le religioni siano in realtà una ridda mostruosa di ca**ate. Sia chiaro però, io sono assolutamente rispettoso e tollerante verso tutti i tipi di superstizione, eh”.
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E poi un Fulvio che “potevo salpare con Colombo, ma fondamentalmente non ne avevo voglia”, un Fulvio amico di Van Gogh, un fulvio Etrusco, Fenicio….Film nato postumo dopo la morte dello sceneggiatore, che esclusivamente si regge sui dialoghi (zero effetti speciali, zero locations, zero budget), forse l’unico film al mondo in cui il produttore ha ringraziato la diffusione illegale peer-to-peer perché ne ha permesso una diffusione capillare e la successiva distribuzione fuori dagli States.Anche se dovrebbe esser stato doppiato, si consiglia la visione sottotitolata perché è un film di dialoghi, ed i dialoghi sono credibili spesso in originale (in più si imparano un sacco di vocaboli relativi a oggetti preistorici etc. )
Vi inchioderà alla poltrona per un’ora e mezzo.

GGG – Il Grande Gigante Gentile

Dio salvi la regina, e la regina salvi il GGG! Tra orde di nanetti in libera uscita, sono finita quasi per caso in sala davanti al Grande Gigante Gentile, l’ultimo film di Steven Spielberg che torna dopo anni a rivolgersi al pubblico di tutte le età con la storia tratta dall’omonimo romanzo di Roal Dahl, uscito, tra l’altro, nel 1982, stesso anno in cui E.T. chiedeva di fare uno squillo a casa e senza smartphone.

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La spavalda ma malinconica Sophie viene rapita dall’orfanotrofio dove vive da un misterioso gigante notturno che la porta fin dentro la sua grotta dove, solo apparentemente, vuole metterla in padella con dei putridi cetrionzoli. Subito tra i due nasce una profonda amicizia che li porterà poi a vivere insieme il resto dell’avventura tra mondo dei giganti e mondo degli urbani, secondo lo schema bambino/diverso buono che si ripete dopo 35 anni.

bfg-poster-05152016Già, sono lontani i tempi in cui Elliott correva tra le pannocchie tenendoci tutti col fiato sospeso fin dai primi minuti di E.T.. Però da allora Spielberg una grande lezione della narrazione per fanciulli grandi e piccini sembra averla capita: quando non sai come attirare l’attenzione, con un po’ di flatulenza generale si risolvono tutti i problemi. E funziona (anche E.T. a pensarci bene aveva scoperto la potenza comica del ruttino)! Sì perché finché non si arriva alla svolta delle puzzette regali, non si riesce proprio a trovare il bandolo della matassa de Il Grande Gigante Gentile. Forse perché tra storie di orfani di dickensiana memoria, viaggi gulliveriani, l’annoso tema del bullismo tra giganti, il cattivo che sembra cattivo solo per poco ma è ovviamente buonissimo, la fabbrica dei sogni, i disturbi del linguaggio del finto cattivo ma buono, la solitudine e la sofferenza (ma poi il bambino con la giacca rossa chi era??), insomma per dirla come il GGG tra grandi trionfoni e uno spizzico di tormentino, il film proprio non decolla. Almeno finché una spassosissima regina d’Inghilterra non fornisce i suoi elicotteri da guerra. Dopo la parabola comica però, il film si conclude in una colata caramellosa di buoni sentimenti in cui trionfa la telepatia tra i due amici costretti dalla propria diversità a starsene lontani (e poi…perché?).

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Certo la prova tecnica del digitale è del tutto superata, ma forse l’incontro tra l’originale romanzo di Roal Dahl e il grande maestro dell’avventura fantasy poteva portare a esiti più memorabili, invece con un’eccessiva smania di commuovere espressa quasi accademicamente, il target de il Grande Gigante Gentile risulta indefinito, con troppi ingredienti nel calderone per il pubblico dei più piccoli e un mancato coinvolgimento per quello dei più grandi. Accompagnate comunque i vostri figli per ricordare loro che non ci si butta dalla terrazza come fa Sophie per provocare il suo enorme amico, nella vita reale il Gigante non verrà a salvarvi (eppure Spielberg di figli ne ha cresciuti sei!).

Paterson

paterson1Con Paterson, Jim Jarmusch fa una dichiarazione d’amore alla poesia in tutti i suoi aspetti scrivendo e dirigendo un film dove non succede un granché, ma questa staticità ammalia e rilassa, e diventa la bellezza suprema della pellicola.

Paterson (il nome non viene mai detto) è un autista di pullman della omonima città di Paterson in New Jersey, un amante della poesia, del poeta William Carlos Williams e poeta lui stesso. La sua vita scorre con leggerezza tra i turni alla compagnia degli autobus, le passeggiate con il cane e la birra nel bar locale, senza che la ripetitiva quotidianità intacchi o pregiudichi la sua passione: scrivere poesie su un taccuino.

Il protagonista è interpretato da Adam Driver (probabilmente ha ottenuto la parte grazie alle sue generalità anagrafiche) che asseconda il suo personaggio con una recitazione taciturna e naturale, impersonificando un moderno osservatore della realtà che coglie il tratto poetico della routine dove perfino i fiammiferi dalla punta blu con la scritta a megafono ispirano il protagonista.

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Il personaggio della bella moglie Laura dalla vivacità che a volte risulta insopportabile, si interseca, però, benissimo con la personalità del protagonista maschile, esprimendo con disinvoltura il suo instabile amore per le decorazioni in bianco e nero e  le sue passioni istintive, ed è anche l’unica che fa pressioni per vedere le poesie di Paterson pubblicate.

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Nel vecchio film Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Omar Sharif spiegava che la lentezza è la ricetta della felicità e Paterson abbraccia una lentezza divenuta rara al cinema, una lentezza che fa sussultare gli spettatori spazientiti sulle poltroncine, ormai abituati a produzioni di film d’azione dove tutto si muove, perfino la macchina da presa che invece di trasmettere la sensazione del movimento, fa venire i conati di vomito e non si vede una mazza.

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Il viaggio di Jim Jarmush nella vita di Paterson è gradevole e pacato, con le poesie che vengono scritte in lingua originale sul grande schermo (composte dal poeta americano Ron Padgett), e solo il personaggio del turista giapponese è eccessivo ed entra troppo a forza nella sceneggiatura, ma è l’unica nota stonata di un film che scivola via sognante e un po’ surreale con i dialoghi distillati e centellinati, dove la poesia in versi liberi prende forma nella quotidianità e invoglia a cercarla, o almeno a rendersi conto che esiste ovunque intorno a noi.