Café Society

 

cafe-societyCafé Society, un altro film ben fatto di Woody Allen con una fotografia accattivante, dai ritmi leggeri, piacevoli e coinvolgenti. Narrato come un’improvvisazione di jazz sincopata, ha una struttura che non cade mai nella banalità, e lo spettatore che resta in attesa di qualcosa di scontato, rimane costantemente deluso.

I dialoghi sono ben costruiti e i personaggi hanno il linguaggio dell’epoca:  gli uomini parlano di matrimonio e le donne non ne sono spaventate, al contrario, la moda e gli ambienti strizzano un po’ troppo l’occhio agli anni sessanta,  specialmente i vestitini corti di Vonnie ed alcuni interni nella California dello zio Phil.

Veronica “Vonnie” è interpretata da Kristen Stewart  e questo mi  fa pensare che il buon vecchio Woody l’abbia voluta per i suoi trascorsi nella serie Twilight nella quale si divideva tra i due protagonisti maschili, cosa che fa altrettanto bene in Café Society dove si sforza perfino di sorridere.

Il protagonista Bob Dorfman ricorda un Woody Allen giovane, forse un po’ meno ironico, ma più sorridente. Bob è timido ed insicuro nella prima parte del film, ma diventa più spavaldo dopo il suo ritorno a New York quando viene arruolato dal fratello gangster per gestire il suo night club piuttosto equivoco. I due fratelli trasformano il vecchio Club Hangover  in un esclusivo café frequentato da  gente famosa ed in vista, compresi politici e burocrati.

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L’arrivo di Vonnie a New York scombussolerà la sua routine di manager fatta di strette di mano e pacche sulle spalle, ma il finale, bellissimo nella sua semplicità, risolve un film che non tradisce mai tensione o mal di vivere, facendo rimanere il sogno nella sua naturale dimensione onirica.

Café Society non è un film che colpisce, ma un film che accarezza.