La banchina del ghiaccio trasloca

A tutti coloro che ci stanno seguendo, ci hanno seguito o ci seguiranno! Dopo una sanguinosa riunione del CdA ha vinto la linea del trasloco selvaggio e ci siamo trasferiti al piano di sopra con vista ripostiglio…….

 

Continuate a seguirci su:

labanchinadelghiaccio.it

 

“Quand’ero piccolo i miei genitori hanno cambiato casa una decina di volte. Ma io sono sempre riuscito a trovarli” 

Woody Allen

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Zelig

zelig-locandinaUscito nel 1983, Zelig è diretto da Woody Allen che mette insieme un gioiellino in cui dichiara apertamente tutto il suo amore per gli anni della grande depressione, un documentario fittizio che parla di un personaggio fittizio, ma in un passato reale.

La pellicola è piena di trovate ironiche, fresche e divertenti. Leonard Zelig, interpretato dallo stesso Allen, ha una strana malattia compulsiva: diventa simile a chi gli sta accanto, non soltanto ne prende le sembianze, ma riesce anche ad emularne la lingua, le abitudini e perfino a fingere le stesse competenze dei suoi interlocutori. Allen diventa così un suonatore di batteria di colore in un locale per soli afroamericani, gli si sviluppano tratti somatici orientali vicino ad alcuni lavoratori cinesi e la barba gli cresce a vista d’occhio accanto a due rabbini (solo per citare alcune delle tante trovate geniali).

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Nominato l’uomo camaleonte dai giornali, è sfruttato dal cognato senza scrupoli che lo fa diventare un fenomeno da baraccone fino a quando la dottoressa Fletcher (Mia Farrow) prende a cuore il suo caso e, unica donna tra i luminari della psicologia, riesce a portarselo a casa per studiare il caso da vicino. Dopo mesi di interviste giornaliere, Leo-Allen ammette finalmente sotto ipnosi che la sua mimetizzazione avviene perché “è più sicuro essere come gli altri” e “desidera solo piacere alla gente.”

“It’s safe to be like the others” “I wanna be liked”

Con l’aiuto della Farrow, la sua condizione migliora e la redenzione dalla personalità “donabbondiana” lo fa pian piano diventare sicuro e fiero di essere se stesso. Tutto fila liscio fino al momento in cui alcune donne lo accusano di avere avuto rapporti sessuali con loro, rivendicano la paternità dei loro figli e, ovviamente, chiedono soldi allo smemorato. Spuntano, così, certificati di matrimonio e denunce di ogni tipo, perfino di aver dipinto una staccionata di un colore orribile mentre era sotto l’effetto della sua camaleontica personalità.

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L’America puritana insorge: tutto, ma non la bigamia! Ed una pacata signora membra dell’Associazione Cristiana afferma senza remore che Zelig dovrebbe addirittura essere linciato. “America’s a moral country, is a God fearing country.” Dice l’arzilla vecchietta, che non può non farmi ricordare di una recente campagna presidenziale.

Leonard vacilla e ammette di non ricordare. Ogni volta che si “camaleontizza” perde la coscienza di sé e non riesce a rammentarsi di niente. L’enorme pressione lo fa fuggire assecondando le sue qualità mimetiche. Viene avvistato in diverse parti del mondo, tra cui in Messico al seguito di un gruppo di cantanti mariachi, ma viene riconosciuto e ritrovato in Germania al momento dell’ascesa del nazionalsocialismo in veste di un militante tedesco, prima dell’atteso lieto fine.

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Zeilg è una commedia ben fatta, piena di cameo improbabili (solo per citarne alcuni: Al Capone, Charlie Chaplin, Joe DiMaggio, Charles Linbergh e perfino Hitler e il Papa) presi da filmati di repertorio e montati sorprendentemente ad arte se pensiamo alla tecnologia analogica degli anni 80, e con un Allen in grandissima forma che adotta una mimica alla Ridolini in perfetta sintonia con i filmati d’epoca.

Una film sulla pericolosità di dover piacere a tutti i costi e sull’essere sé stesso che vuole raffigurare il conformista perfetto abituato a compiacere gli altri a tal punto da diventarne identico, una caratteristica portata all’estremo dal regista, ma evidente peculiarità della nostra società occidentale-consumistica. Per la sua originalità, non ha solo dato il nome al noto programma televisivo, ma anche a una patologia psichiatrica sulla personalità trasformista chiamata Sindrome di Zelig.

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“Fu amato, poi odiato.” Dice uno degli intervistati nel film. “E poi fece ritorno in aereo capovolto e tutti lo amarono di nuovo. Questi erano gli anni venti, ma è poi cambiata così tanto l’America da quei tempi?”

Era il 1983, ma poteva essere benissimo il 2017.

La La Land

Sì lo ammetto, sono entrata e uscita scettica dalla proiezione del film sulla bocca del mondo intero, eppure sono due giorni che canticchio e faccio le scale di casa solo in modalità ballerina di musical. La notizia certa è che il vaccino per la La La Fever non è stato ancora inventato. Lo dimostrano le 214 nominations e i 144 premi a oggi vinti dal film scritto e diretto dal trentaduenne Damien Chazelle, e girato in due mesi nell’estate del 2015.

mv5bmzuzndm2nzm2mv5bml5banbnxkftztgwntm3ntg4ote-_v1_ux182_cr00182268_al_In questi giorni la parola ‘musical’ viene pronunciata anche dall’ultimo dello spettatore, quello che magari di musical non ne ha mai visto uno ed è ignaro delle decine di citazioni presenti nel film (Cantando sotto la pioggia, West Side Story, Moulin Rouge, Grease e Gioventù Bruciata solo per citarne alcune). E questa è la chiave del successo di La La Land, il fatto di essere ricercato nei riferimenti ma allo stesso tempo all’altezza di tutti gli infiniti target. Anche se, volendo andare a cercare a fondo le ragioni pubblicitarie di tanto successo planetario, non è difficile riconoscere una grande e melensa autocelebrazione dell’universo hollywoodiano, che, è il caso di dire, se la suona e se la canta da solo.

 

Capire cos’altro funziona così bene in La La Land senza una leggera spruzzatina di spoiler è praticamente impossibile. L’effetto sorpresa non è dato tanto dal finale ma dal montaggio, potremmo benissimo dire dal montaggio della storia d’amore tra Mia e Sebastian, sulla quale scopriamo in sala di essere stati tutti confusi ad arte dai trailer, e in certo senso tiriamo anche un sospiro di sollievo capendo che non è tutto così scontato come sembra. Anzi, in quel mondo ovattato in cui i protagonisti squattrinati sono sempre bellissimi e hanno un vestito diverso per ogni mezza giornata, ci sorprendiamo nella scena della cena (se qualcuno sa dirmi che cosa è quella cosa enorme che brucia in forno gliene sarei culinariamente grata) a scoprire due personaggi che tanto assomigliano a tutti noi in quel realistico momento in cui l’io si scontra col noi e la puntina del vinile nella nostra testa salta producendo suoni fantasmagorici. Un po’ come una jam session che finisce tragicamente, ma in fondo su questo Mia era stata istruita. Va da sé che anche il montaggio di Tom Cross è candidato agli Oscar.

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Tra le 14 nominations, anche quella per i costumi, creati da Mary Zophres perché si armonizzassero alla perfezione con le scenografie di David Wasco, anche queste candidate all’ambita statuetta. Tutti elementi che contribuiscono a un altro ‘effetto speciale’ di La La Land, quello di creare un’atmosfera sospesa tra un passato nostalgico e un presente tecnologico in cui, se non fosse per gli smartphone usati dai protagonisti già nelle prime scene, verrebbe spontaneo chiedersi in che epoca è ambientato il film.

Per riassumere, prendete una storia d’amore con colonna sonora e sorpresa nella trama, il tutto proiettato in una Hollywood assolutamente fashion e pervasa dal cliché dell’ambizione e non solo someone in the crowd, ma la folla intera sarà conquistata.

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Casablanca

casablancaposter-goldScovai un vecchio DVD di Casablanca in aeroporto ad Atene a pochi euro e, incuriosito, decisi di affrontare Humprhey Bogart nella sua performance più conosciuta. Non l’avevo mai visto, ne avevo sempre sentito parlare e immaginavo un drammone romantico, strappalacrime e vomitevole. Mi sbagliavo completamente. Era il lontano 2007.

Il film comincia con una voce narrante che spiega il movimento degli esuli verso Casablanca: “Here the fortunate ones, through money or influence or luck, might obtain exit visas and scurry to Lisbon and from Lisbon to the New World. But the others wait in Casablanca, and wait and wait and wait…”

Humphrey Bogart è Rick Blaine proprietario del Rick’s Café al cui interno avvengono traffici di ogni tipo che ci vengono mostrati con una bella carrellata esplicativa. Rick è un uomo d’affari all’apparenza cinico ed egoista che si occupa solo del suo bar ed è completamente distaccato dalle sorti della guerra, il suo motto che ripete instancabile è: “I stick my neck out for nobody” che, all’epoca, mi ricordò il personaggio di Corto Maltese.

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I dialoghi sono sin dall’inizio avvincenti: tra i personaggi si crea costantemente un’alchimia parlata e una padronanza di linguaggio che sfocia in confronti mai urlati, anche nei momenti di più alta tensione drammatica. Le battute sono sagaci, ironiche e ben scritte, e rimangono tra le migliori e più replicate della storia del cinema.

Il film prende una piega romantica con l’arrivo del leader della resistenza Laszlo e di sua moglie Ilsa (Ingrid Bergman) senza però decadere in una stucchevole e prevedibile storia d’amore. I sentimenti dei protagonisti si intrigano in modo ineguagliabile, tanto che qualcuno ha perfino definito Casablanca l’archetipo dei drammi d’amore. Il personaggio della Bergman, poi, fa la gatta morta con stile e senza volgarità, lasciando soltanto all’immaginazione quello che avviene dietro le porte socchiuse della scenografia.

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I numerosi aneddoti su Casablanca sono diventati leggenda. Si narra che nessuno conoscesse la sceneggiatura del film e che la stessa Bergman non sapesse con quale uomo il suo personaggio sarebbe fuggito. La verità era che neanche gli sceneggiatori, i fratelli Epstain, sapevano come sarebbe andata a finire, scrivevano e riscrivevano la sceneggiatura di volta in volta, cercando di adattare il film ai continui cambiamenti degli eventi bellici e di dare una lettura politica alla realtà del tempo (basti pensare che al capo della polizia francese Louis Renault fu dato lo stesso nome del fondatore della nota casa automobilistica francese che durante la seconda guerra mondiale collaborò, o fu costretto a collaborare, con la Francia di Vichy).

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Anche il finale è avvolto dalla nebbia del mito, infatti sembra che gli Epstain non riuscissero a trovare una conclusione adeguata alla loro storia. Partorirono la famosa frase Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia” solo al termine del girato e la trovarono talmente appropriata che fu aggiunta in fase di montaggio e, anche se non fu mai recitata sul set, è diventata una delle citazioni più quotate della pellicola.

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Il film fu diretto da Michael Curtiz ed uscì nel 1942, ma fu girato l’anno prima, due anni dopo l’inizio della guerra mondiale e prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Nato come un esperimento a budget limitato, è considerato adesso un capolavoro della Hollywood anni 40, amato da appassionati e pietra miliare nella storia del cinema. Un film leggendario che riuscì a immortalare un personaggio secondario come Sam il pianista e la canzone As time goes by, regalando una fama inaspettata ad attori non protagonisti molti dei quali erano veramente fuggiti dall’Europa in guerra.

Image: FILE PHOTO: 70 Years Since The Casablanca World Premiere Casablanca

Casablanca rimane un classico da riscoprire e riguardare (preferibilmente in lingua originale in modo da evitare una traduzione italiana razzista e sventrata dai tagli di regime), un film che riesce a raccontare in parallelo i fatti che avvengono fuori dal grande schermo e descrivere una socialità affascinante e romantica con un retrogusto di sigarette senza filtro, quando il fumo faceva parte dell’atmosfera magica del cinema.

 

Allied -Un’ombra nascosta

Non starò qui a dirvi che da perfetta rappresentante del gentil sesso, in sala per Allied ci sono entrata con il preciso obiettivo di rendermi conto, in una scala da 1 a 10, quanto Brad Pitt ne uscisse cornuto e mazziato. Per tutto il resto ho dovuto fare per qualche secondo mente locale su chi erano i buoni e i cattivi, gli inglesi, i tedeschi e i francesi in una Casablanca così glamour che, oltre al gossip, anche i bellissimi costumi ispirati all’omonima pellicola del 1942 mi hanno fatto perdere la concentrazione.

53413Ma nonostante tutte le distrazioni, l’intrigo è facile da ricostruire: Max Vatan (Brad Pitt) è una spia canadese al servizio di Sua Maestà che viene letteralmente spedito a Casablanca dove deve incontrare Marianne Beauséjour (Marion Cotillard), collega francese, di cui fingersi il marito e con cui assassinare un ambasciatore tedesco. L’operazione riesce così bene che nella fuga – misteriosamente indisturbata – ci scappa pure la proposta di matrimonio vero e i due piccioncini si stabiliscono a Londra, dove vivono felici tra un bombardamento e un altro finché Max non viene convocato dalla temibile Sezione V. La comunicazione che gli viene fatta è cosa nota: se nel giro di poche ore non viene smentito il dubbio che sua moglie sia una spia tedesca, sarà lui stesso a doverla uccidere.

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Effettivamente quanto di storico c’è nel diciottesimo film diretto da Robert Zemeckis serve solo da cornice. La vicenda non ha nessun riferimento documentato e pare sia nata da un racconto presumibilmente vero che la fidanzata inglese aveva fatto all’allora ventenne Steven Knight, che poi diventato sceneggiatore non ha mai dimenticato quella storia di spie così cinematografica. In molti hanno evidenziato una certa mancanza di accuratezza nei dettagli storici, tra uniformi, aerei e bombardamenti sbagliati, spie professioniste che si fingono parigine con l’accento canadese e perfino padelle e maniglie inesistenti a quell’epoca, ma dopo tutto il vero tema di Allied è più antico della seconda guerra mondiale ed è l’eterno binomio amore/dubbio.

Dubbio che viene istillato sapientemente e con dosato equilibrio per tutta la seconda metà del film, mentre la guerra diventa sempre più solo il lontano scenario di una struggente vicenda sentimentale. Da una parte il marito-che-tutte-vorrebbero Max che si fa in quattro per dimostrare l’innocenza della moglie. Dall’altra la moglie e madre Marianne che lentamente dismette i panni di femme fatale ed è sempre meno brava a fingere travolta dai quei sentimenti che tanto bene riusciva a congelare al caldo di Casablanca. A questo punto qualunque donna come me, entrata in sala solo per difendere il povero Brad, si ritrova davanti alle vere sorprese del film.

Innanzi tutto chiunque con un minimo di senso critico deve ammettere che, se pur mantenendo tutto il suo fascino, il bel cinquantenne vive di rendita e si può permettere la stessa espressione-da-Brad-Pitt per tutto il film, non importa se stia facendo uno squillo a casa per dire che ritarda inventandosi balle (situazione ordinaria) o se debba rispondere al telefono di casa mentre lei gli si è infilata sotto le lenzuola e lui sa benissimo che l’attesa telefonata serve a scoprire se lei è una spia o no (situazione decisamente molto meno ordinaria).

La seconda sorpresa è che nessuno vince o perde davvero, come ci si aspetterebbe, e se c’è una figura che viene elogiata con tragica delicatezza è proprio quella femminile. L’ombra c’è, ma nel delicato equilibrio di luci e oscurità della vita di una donna, spia o non spia che sia, quello che c’è da tenere nascosto è quello che in altre storie sarebbe dato per scontato.

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The Man from the Earth – L’Uomo che venne dalla Terra

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Dopo 10 anni di brillante insegnamento universitario, Fulvio Oldman, inaspettatamente, molla la cattedra di docente, e si mette a impacchettare le sue cose (tra cui un bulino del paleolitico e un Van Gogh originale con dedica). Quand’ecco che colleghi & amici montano a sorpresa una festa di “despedida”.
“Ma perché te ne vai? Ma che senso ha?” questa fondamentalmente la domanda che aleggia nel gruppo. Fulvio, dopo aver tentato sviare l’argomento varie volte, utilizzando le sue sapienti doti affabulatorie, alla fine, intrigato, vuota il sacco:
“Sono un uomo di Cro-Magnon, sto al mondo da 14mila anni….ogni 10anni mi sposto….è che fondamentalmente non mi riesce invecchiare”.
Ed è subito invidia. Ed è subito sgomento.
In fondo la scienza ci insegna che certi tessuti umani riescono a rigenerarsi e a rimanere in piena efficienza per tutta l’esistenza dell’individuo. Come se fossero stati appena messi al mondo. Beh…e se magri a qualcuno fosse…. e se, per qualche strana coincidenza, ogni tanto nascesse un esemplare in grado di non invecchiare mai? E se fossero più di uno?

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E qui la scocca la scintilla che mette in moto il film intero. Un film “da fermo”, che attiva l’immaginazione dello spettatore e la lascia andare via. Come le riflessioni sulla percezione del tempo e dello spazio:
“Dove sei nato?”
“Booh…son passati 14mila anni, a volte non ricordo nemmeno dove ho parcheggiato la macchina la sera prima. E’ cambiato tutto, dove sono nato io probabilmente adesso ci sono 30metri di oceano, oppure cèppieno di LIDL e Ipecoop”.
“E allora dov’eri nel 1265?”
“Vai, eccone un’altra, e te dov’eri esattamente un anno fa a quest’ora? Non è che siccome ho 14mila anni, riesco a ricordare tutto quanto”.
“Come fai a sapere che sei un Cro-Magnon?”
“Quando lo ero non lo sapevo di certo. Solo molti millenni dopo ho scoperto che un archeologo ci chiamava così”
“Se adesso ti sparassi, tu moriresti?”
“E certo che morirei, sono sono molto anziano, mica immortale!”
Scopriremo un Fulvio di Cro-Magnon, costretto a spostarsi costantemente perchè temuto dagli altri membri del gruppo (la mitopoiesi del Vampiro Immortale che succhia la linfa dagli altri), un Fulvio Sumero alla corte di Hammurabi (“Era davvero un tipo a posto”), un Fulvio discepolo del Buddha, e alcuni secoli dopo un Fulvio in Palestina (e qui per ovvie ragioni di spoiler che non stiamo qui a tratteggiare ci sarà un colpo di scena ).
Epocale la frase “A quei tempi, viaggiando tra Oriente e Occidente, incappavo in una quantità di miti e distorsioni dei fatti tali, avvenuti anche solo  poco tempo prima, che alla fine ha cominciato a volteggiarmi in testa il sospetto che le religioni siano in realtà una ridda mostruosa di ca**ate. Sia chiaro però, io sono assolutamente rispettoso e tollerante verso tutti i tipi di superstizione, eh”.
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E poi un Fulvio che “potevo salpare con Colombo, ma fondamentalmente non ne avevo voglia”, un Fulvio amico di Van Gogh, un fulvio Etrusco, Fenicio….Film nato postumo dopo la morte dello sceneggiatore, che esclusivamente si regge sui dialoghi (zero effetti speciali, zero locations, zero budget), forse l’unico film al mondo in cui il produttore ha ringraziato la diffusione illegale peer-to-peer perché ne ha permesso una diffusione capillare e la successiva distribuzione fuori dagli States.Anche se dovrebbe esser stato doppiato, si consiglia la visione sottotitolata perché è un film di dialoghi, ed i dialoghi sono credibili spesso in originale (in più si imparano un sacco di vocaboli relativi a oggetti preistorici etc. )
Vi inchioderà alla poltrona per un’ora e mezzo.

GGG – Il Grande Gigante Gentile

Dio salvi la regina, e la regina salvi il GGG! Tra orde di nanetti in libera uscita, sono finita quasi per caso in sala davanti al Grande Gigante Gentile, l’ultimo film di Steven Spielberg che torna dopo anni a rivolgersi al pubblico di tutte le età con la storia tratta dall’omonimo romanzo di Roal Dahl, uscito, tra l’altro, nel 1982, stesso anno in cui E.T. chiedeva di fare uno squillo a casa e senza smartphone.

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La spavalda ma malinconica Sophie viene rapita dall’orfanotrofio dove vive da un misterioso gigante notturno che la porta fin dentro la sua grotta dove, solo apparentemente, vuole metterla in padella con dei putridi cetrionzoli. Subito tra i due nasce una profonda amicizia che li porterà poi a vivere insieme il resto dell’avventura tra mondo dei giganti e mondo degli urbani, secondo lo schema bambino/diverso buono che si ripete dopo 35 anni.

bfg-poster-05152016Già, sono lontani i tempi in cui Elliott correva tra le pannocchie tenendoci tutti col fiato sospeso fin dai primi minuti di E.T.. Però da allora Spielberg una grande lezione della narrazione per fanciulli grandi e piccini sembra averla capita: quando non sai come attirare l’attenzione, con un po’ di flatulenza generale si risolvono tutti i problemi. E funziona (anche E.T. a pensarci bene aveva scoperto la potenza comica del ruttino)! Sì perché finché non si arriva alla svolta delle puzzette regali, non si riesce proprio a trovare il bandolo della matassa de Il Grande Gigante Gentile. Forse perché tra storie di orfani di dickensiana memoria, viaggi gulliveriani, l’annoso tema del bullismo tra giganti, il cattivo che sembra cattivo solo per poco ma è ovviamente buonissimo, la fabbrica dei sogni, i disturbi del linguaggio del finto cattivo ma buono, la solitudine e la sofferenza (ma poi il bambino con la giacca rossa chi era??), insomma per dirla come il GGG tra grandi trionfoni e uno spizzico di tormentino, il film proprio non decolla. Almeno finché una spassosissima regina d’Inghilterra non fornisce i suoi elicotteri da guerra. Dopo la parabola comica però, il film si conclude in una colata caramellosa di buoni sentimenti in cui trionfa la telepatia tra i due amici costretti dalla propria diversità a starsene lontani (e poi…perché?).

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Certo la prova tecnica del digitale è del tutto superata, ma forse l’incontro tra l’originale romanzo di Roal Dahl e il grande maestro dell’avventura fantasy poteva portare a esiti più memorabili, invece con un’eccessiva smania di commuovere espressa quasi accademicamente, il target de il Grande Gigante Gentile risulta indefinito, con troppi ingredienti nel calderone per il pubblico dei più piccoli e un mancato coinvolgimento per quello dei più grandi. Accompagnate comunque i vostri figli per ricordare loro che non ci si butta dalla terrazza come fa Sophie per provocare il suo enorme amico, nella vita reale il Gigante non verrà a salvarvi (eppure Spielberg di figli ne ha cresciuti sei!).

Paterson

paterson1Con Paterson, Jim Jarmusch fa una dichiarazione d’amore alla poesia in tutti i suoi aspetti scrivendo e dirigendo un film dove non succede un granché, ma questa staticità ammalia e rilassa, e diventa la bellezza suprema della pellicola.

Paterson (il nome non viene mai detto) è un autista di pullman della omonima città di Paterson in New Jersey, un amante della poesia, del poeta William Carlos Williams e poeta lui stesso. La sua vita scorre con leggerezza tra i turni alla compagnia degli autobus, le passeggiate con il cane e la birra nel bar locale, senza che la ripetitiva quotidianità intacchi o pregiudichi la sua passione: scrivere poesie su un taccuino.

Il protagonista è interpretato da Adam Driver (probabilmente ha ottenuto la parte grazie alle sue generalità anagrafiche) che asseconda il suo personaggio con una recitazione taciturna e naturale, impersonificando un moderno osservatore della realtà che coglie il tratto poetico della routine dove perfino i fiammiferi dalla punta blu con la scritta a megafono ispirano il protagonista.

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Il personaggio della bella moglie Laura dalla vivacità che a volte risulta insopportabile, si interseca, però, benissimo con la personalità del protagonista maschile, esprimendo con disinvoltura il suo instabile amore per le decorazioni in bianco e nero e  le sue passioni istintive, ed è anche l’unica che fa pressioni per vedere le poesie di Paterson pubblicate.

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Nel vecchio film Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Omar Sharif spiegava che la lentezza è la ricetta della felicità e Paterson abbraccia una lentezza divenuta rara al cinema, una lentezza che fa sussultare gli spettatori spazientiti sulle poltroncine, ormai abituati a produzioni di film d’azione dove tutto si muove, perfino la macchina da presa che invece di trasmettere la sensazione del movimento, fa venire i conati di vomito e non si vede una mazza.

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Il viaggio di Jim Jarmush nella vita di Paterson è gradevole e pacato, con le poesie che vengono scritte in lingua originale sul grande schermo (composte dal poeta americano Ron Padgett), e solo il personaggio del turista giapponese è eccessivo ed entra troppo a forza nella sceneggiatura, ma è l’unica nota stonata di un film che scivola via sognante e un po’ surreale con i dialoghi distillati e centellinati, dove la poesia in versi liberi prende forma nella quotidianità e invoglia a cercarla, o almeno a rendersi conto che esiste ovunque intorno a noi.

Lion – La strada verso casa

lionLion – La strada verso casa, è il primo lungometraggio di Garth Davis, uno dei più famosi registi di spot pubblicitari al mondo, e non è così difficile riconoscere nel film le scelte di un ottimo venditore, tanto bravo da essersi già guadagnato, tra le altre, 4 nominations ai Golden Globe. Che la trama sia tra le più toccanti di questo Natale lo si capisce bene anche dal trailer, in cui viene già rivelato che il film è tratto da una storia vera, quella di Saroo Brierley e della sua tragica esperienza. Nato in India da una famiglia poverissima, a 5 anni si addormenta su un treno che lo porta a 1500 km da casa per poi essere adottato da una famiglia australiana dopo essere stato salvato dalla strada. Di fatto il trailer già spoilera (quasi) tutta la trama, ed è la narrazione a lasciare sorpresi ad inizio visione, perché il film non si sviluppa per flashback ma segue l’ordine cronologico della storia, tenendoci in India per tutta la prima metà a seguire con gran patema le vicissitudini del piccolo Saroo (e i sottotitoli), per poi trasferirci in Australia, improvvisamente sollevati dal vederlo cresciuto più che bene, benissimo, se non per il fatto che ormai uomo inizia a sviluppare l’ossessione delle sue origini. Nella seconda parte il balzo temporale si avverte un po’ troppo drasticamente, perché ci sono aspetti profondi nei legami con la nuova famiglia che nella pellicola trovano tempo solo di fare capolino e di permettere a Nicole Kidman, che interpreta la madre adottiva, di farci giusto intravedere un personaggio troppo complesso per restare sullo sfondo, così come i legami tra i membri della famiglia che aprono una storia nella storia poco approfondita nonostante le due ore di film.

 

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Gli ingredienti emozionali ci sono innegabilmente tutti, con l’aggiunta di qualche agente lievitante rubato al mondo della pubblicità, come il tema musicale originale molto trascinante, i colori leggermente patinati, la fotografia che spazia sapientemente dai primissimi piani che indagano i personaggi ai grandi paesaggi indiani e australiani. La storia è così incredibile che verso la fine ci si dimentica quasi che sia vera, colpa forse dell’allure un po’ troppo saponata del ritorno a casa del bell’eroe interpretato da Dev Patel, che per questo ruolo ha messo su qualche buon chilo di muscoli e l’aria da sex symbol che gli mancava. Non si può che augurarci che mantenga questo look, ma forse nel film l’effetto è un po’ troppo cinematografico, visto che nel finale ci si chiede cosa avrà mai mangiato il protagonista in Australia da averlo reso così alto e pallidino rispetto ai compaesani ritrovati. Il colpo di fulmine è comunque inevitabile per Sunny Pawar, il piccolo attore di 8 anni che interpreta Saroo da bambino, scelto tra più di 2000 candidati nonostante non parlasse una parola d’inglese, e che tra premi e nomination personali in giro per il mondo è già a quota cinque.

 

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Dopo una certa assuefazione alle emozioni, negli ultimi secondi si viene catapultati nella storia vera, sorpresa che riporta anche lo spettatore più glaciale a commuoversi di nuovo, anche perché veniamo a conoscenza dell’impegno sociale della produzione del film nei confronti del dramma di 80000 bambini che ogni anno risultano scomparsi in India e per i quali a volte un cucchiaio trovato in una discarica può essere più provvidenziale di google earth.

Se Garth Davis fosse stato poco più narratore e poco meno venditore, forse un pacchetto di fazzoletti non basterebbe per questo film da vedere assolutamente.

Il cittadino illustre

posterL’apertura de Il cittadino illustre è magnifica: Daniel Mantovani, scrittore argentino emigrato in Europa, è insignito del premio Nobel per la letteratura e il suo discorso di ringraziamento di fronte all’Accademia di Stoccolma è da brivido:

“Ho la forte convinzione che questo tipo di riconoscimento unanime è sempre, direttamente e inequivocabilmente, connesso al declino di un artista. Questa onorificenza rivela che la mia opera coincide con i gusti, e anche le necessità, dei giurati, degli specialisti, degli accademici e dei reali. Evidentemente io sono l’artista più comodo per loro, e questa comodità non ha molto a che vedere con lo spirito che dovrebbe avere ogni aspetto artistico. L’artista deve domandare, deve scuotere, per questo provo disagio per la mia canonizzazione finale come artista. (…) tuttavia: il puro orgoglio mi spinge ora, ipocritamente, a ringraziarvi per aver provocato la fine della mia avventura creativa, però per favore , non voglio che per questo pensiate che do la responsabilità a voi, non è affatto così. In realtà c’è un unico responsabile, e quello sono io.”

Se Bob Dylan fosse ancora titubante a ritirare il Nobel, dovrebbe assolutamente vedere Il cittadino illustre e prendere spunto da questo discorso che racchiude in pochi minuti tutta l’essenza perbenista del riconoscimento.

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La storia prosegue con una fotografia semplice e un girato in digitale che dà l’impressione di trovarsi in un documentario oppure in un programma di una televisione locale, mentre le immagini si occupano con cura di mettere in luce la desolazione del paesino di Salas e le sue strade architettonicamente aride, dipingendo un ritratto della provincia, dei suoi vizi e delle sue abitudini, da cui lo scrittore Daniel Mantovani è fuggito anni addietro, ma da cui ha preso ispirazione per scrivere tutti i suoi libri di successo.

Alcune trovate risultano eccessivamente televisive, tipo la cartina dove viene indicata l’ubicazione di Salas in Argentina, ma i due registi Gastòn Duprat e Mariano Cohn hanno una lunga esperienza di lavoro in TV e questo giustifica in parte la loro opera, realizzando un film drammatico e comico (così dice almeno la scheda del film) in cui si ride a denti stretti con una tensione di fondo che sovrasta l’ironica drammaticità delle atmosfere della pellicola, e che fa prevedere un finale assai cupo.

Il volto di Daniel Mantovani è quella dell’attore Oscar Martinez che interpreta in modo eccellente lo scrittore argentino in viaggio nelle suo paese natale, consentendogli di vincere la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

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Il film  è suddiviso in quattro capitoli e questo stratagemma ammiccante fa nascere il dubbio che quello che vediamo non sia la visita di Daniel a Salas, ma uno dei suoi numerosi libri ambientati nel paesino, mentre il finale, perfettamente costruito nei dettagli (il vestito scuro della segretaria Nuria, i fiori bianchi, le teiere), è rovinato dalla rivelazione della verità scaturita da una domanda di un giornalista.

Per concludere, Il cittadino illustre è il film candidato agli Oscar 2017 per l’Argentina e ci sono buone probabilità che lo vinca, e se questo accadesse, sarebbe bello vedere i registi ripetere lo stesso discorso di apertura, alla premiazione degli Academy Awards. In questo modo sarebbe il primo lungometraggio capace di prevedere il futuro (anche se l’Oscar non è il Nobel), autocelebrativo e pure un po’ gufo.

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